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"Luce con muri", intervista a Michele Mozzati

di Giovanna Donini
| News | Libri e Fumetti | 0 commenti

Un libro con le figure dentro le parole, da leggere davanti ai quadri di Hopper

Michele Mozzati

Luce con muri- Storie da Edward Hopper

Skira Editore

Ho sempre pensato che Michele Mozzati sapesse usare le parole come un pittore i colori.  Ho sempre pensato che i suoi racconti, letti in tempi non sospetti, fossero piccoli capolavori (da appendere alle pareti, da mettere in mostra) e che dovessero raggiungere tutti, in particolare i buoni intenditori di parole e fantasia, di luce (con muri) e magia. Così Michele Mozzati autore teatrale e televisivo, ideatore e condirettore dell’agenda Smemoranda, noto per il suo quarantennale lavoro con Gino Vignali (insieme Gino&Michele) questa volta con “Luce con muri- Storie da Edward Hopper” (Skira 2016, pp. 64, euro 13,50) è solo scrittore, ma anche “scrittore solo” che scrive dieci brevi storie lasciandosi ispirare da dieci quadri di Edward Hopper, famoso pittore statunitense capace di ritrarre la solitudine nella vita americana contemporanea.

 Two Comedians, Edward Hopper, 1965.

"Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo." dice Hopper. A esprimere con parole i suoi quadri ci hai pensato tu. Come sono nate queste tue suggestioni?

Molto semplicemente guardando i quadri. Penso che quando guardi un pittore, a casa tua, di un amico, in un museo, l’unica cosa da fare sia capire se riesci a entrare in quel quadro. Se riesci a farti “tirare dentro”. Se sì, significa che sei in sintonia e allora puoi permetterti di lasciarti coinvolgere in una sua storia, che poi è una tua storia. Ogni dipinto è lì per raccontare tante storie. 

Abbiamo le illustrazioni, abbiamo i racconti, manca solo la colonna sonora...

Il free jazz dagli anni Cinquanta agli anni Settanta.

Se potessi entrare in quadro di Hopper, quale sceglieresti e perché?

Difficile. Mi emoziona molto uno degli ultimi suoi, forse l’ultimo: “Two comedians”. Andate a vederlo nel web, è del 1966, lui morì pochi mesi dopo. È un commiato, con un mezzo inchino, davanti al pubblico. Ma sono in due, forse lui e il suo doppio, la sua parte femminile, o magari più banalmente sua moglie. Io preferisco pensare che sia lui e il suo doppio. Tra l’altro Hopper morì il 15 maggio, che è anche il giorno della mia nascita. 

Nel racconto Box Car c’è un dialogo quasi metafisico tra un padre che non c’è più e suo figlio "Non preoccuparti di non morire, vivi. Quando succederà rimarrai stupito del dopo come è successo a me”…  

Quando si parla di genitori che non ci sono più si entra in un campo minato. Forse il modo più semplice è rispondere: “Sì, avete ragione, è un dialogò quasi metafisico, e da un certo punto in avanti della vita è molto scomodo pensare che non vi sia una qualche forma di esistenza dopo la fine di questa”.

Le storie non sono legate necessariamente all’epoca dei quadri, alcune sono ambientate ai giorni nostri, ci spieghi questa scelta narrativa?

Noi i quadri li guardiamo oggi. Quando siamo davanti a un’emozione a volte suscita curiosità il periodo in cui è stata concepita, a volte semplicemente ci si lascia trasportare dal presente. 

Qual è il leitmotiv di questi 10 racconti, se ce n’è uno? Il grande tema intorno a cui tutti ruotano?

La risposta è molto semplice: il silenzio, l’incomunicabilità, la luce che non dà mai il senso dell’essere diffusa. Le luci di Hopper si stampano sui muri e sui corpi, sembrano nate per sottolineare le ombre. Per chi ama l’arte o volesse approfondire la cosa, posso dire, semplificando, che molti paragonano questi violenti contrasti ai quadri metafisici. In realtà Edward Hopper soggiornò per due periodi decisivi per la sua formazione, a Parigi, dove frequentò soprattutto i pittori impressionisti. È come se la sua pittura fosse un ideale negativo fotografico di ciò che egli amò dell’Impressionismo: gli impressionisti sono i pittori della luce diffusa, Hopper è come se a una lampada alogena contrapponesse un faretto, un occhio di bue. Davvero, provate se vi va, a incuriosirvi su  questo argomento. Cercate i quadri almeno su internet e  capirete molto della pittura moderna e contemporanea.

Tra i leitmotiv dell’opera di Hopper c’è la solitudine. A proposito di solitudine, per la prima volta pubblichi da solo. Che rapporto hai con la solitudine? E Gino?

Sulla solitudine ho già risposto prima. Forse ognuno di noi teme la solitudine ma in fondo la cerca, almeno per parte della propria giornata o della vita. Sul rapporto con Gino, che continua felicemente in tutti campi narrativi, dico che come in tutti i rapporti di coppia, a volte si è più soli in due che da soli, o meno soli da soli che in due. Ma al di là dei giochi di parole io e Gino mi sa che non ci lasceremo mai. Continueremo a lavorare insieme.

E se non ci fosse stato Hopper, quale altro pittore al posto suo?

Tutti quelli che mi emozionano. Hopper mi emoziona e mi spiazza, anche. Mi turba per i suoi immensi vuoti. E poi quelli che mi incuriosiscono. Per esempio, confesso una cosa che non c’entra con il libro: da un po’ di mesi mi ha preso il trip di fare un ricerca iconografica su tutti i quadri di tutte le epoche che hanno per tema la Natività. Perché? Semplicemente perché ho scoperto che incredibilmente, in contrasto con delle Maria bellissime e dei San Giuseppe estasiati, spesso ci sono dei gesùbambino brutti, ma proprio brutti. Vi assicuro che, per uno strano meccanismo che mi sfugge, ce ne sono stati dipinti tantissimi, e non capisco perché. La cosa mi diverte molto, come mi divertono tutte le cose che non riesco a dominare.  

Quanto (tempo, sudore, dolore) ci vuole per dipingere un racconto? Quanto (tempo, sudore, dolore) ci vuole per scrivere un quadro?

Molto meno di quanto si dica. Dipingendo per diletto e scrivendo anche per professione, posso garantire che entrambe le cose si fanno quando si sta bene, e non quando si sta male. Secondo me è solo quando si sta bene che si possono raccontare anche momenti in cui si è stati male…

 - domande di Laura Giuntoli e Giovanna Donini -

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