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Mangia, prega e basta

di Alberto Forni
| News | Libri e Fumetti | Fascette a manetta | 0 commenti

Cronache (poco serie) dal Salone del Libro di Torino.

Il Salone del Libro di Torino (detto anche Torino Vende Libri) è quel posto in cui – mentre nel resto del mondo civilizzato si discute dell’impatto del digitale o di nuovi formati di compressione – puoi ancora trovare dei libri con dentro le audiocassette o i cartamodelli su cd-rom.

 

Questo perché a dispetto dei pur lodevoli tentativi di conferirgli un tono più up to date, anche a causa di quegli insormontabili problemi di fondo di cui ho parlato la settimana scorsa, il Salone è ormai un posto dove anno dopo anno prende sempre più corpo una forma di nostalgia di fondo, una buchstalgie©, che gli editori tentano di affogare nei libri di ricette o nell’ultimo trend romanzesco di mercato o in oscuri volumi di problematiche risorgimentali con un potenziale pubblico di undici lettori o in qualunque altra cosa che possa dar loro un momentaneo sollievo.

 

Il Salone del Libro è una sbornia collettiva di pochi giorni a cui tutti partecipano, una sorta di liberatorio rito pagano in cui i lettori confessano i loro peccati (“Quest’anno ho letto solo due romanzi e uno era anche piuttosto discutibile”) e gli editori dispensano con benevolenza l’assoluzione (“Compra subito cinque libri e prometti di seguire al massimo due serie TV in contemporanea”). 

Certo, a volte non è facile convincere i più giovani a partecipare, ma le insegnanti riescono sempre a portare al Salone i loro alunni dopo averli messi in catene edotti sull'importanza della lettura.

 

In ogni caso, al di là dei grandi eventi e dei grandi protagonisti e dei grandi incontri,

(Una presentazione di cui passando ho colto solo le parole “rotoli del Mar Morto”. E come giustamente ha fatto notare un amico: “Io avrei detto: vabbè, andiamoci a fare uno spritz e vi parlo dei rotoli del Mar Morto”.)

  

il Salone offre sempre numerosi indizi per comprendere lo stato dell’editoria.

 

Anche se purtroppo può capitare di imbattersi in cose del genere.

 

Ma c’è sempre di peggio. Ad esempio puoi andare al bar e imbatterti in neologismi come questo (che sono certo – a conoscere bene il Codice Penale – costituiscono una qualche forma di reato).

 

Particolarmente organizzata – anzi protagonizzata – quest’anno, era la vendita di gadget ufficiali.

 

Con tante tante idee come l’orsetto puccioso (10 cm. di altezza per 15 euro),

  

l’album daddisegno co’ canini&gattini (mi piacerebbe sapere quanti ne hanno venduti),

 

gli accendini con le frasi famose prese da Facebook dai libri (amigu lettore, vù cumprà?),

 

ma soprattutto quella favolosa novità internazionale che va sotto il nome di frisbee.

 

D’altra parte, al Salone, i gadget vengono venduti dappertutto a piene mani.

  

Oppure diventano un incentivo alla vendita dei libri.

+SEGNALIBRO +100 GRAFFETTE +MINI AGENDA +VETROFANIE ASSORTITE +QUELLOCHEVUOITU

 

 

(Fra l’altro le tazze sembravano un gadget piuttosto in voga. Giustamente: libri=lettura=cultura=tazza.)

 

Come sempre, per vendere i loro libri gli editori le provano tutte.

(In questo caso l’editrice si è premurata di farmi sapere che la cartolina promozionale era stata fatta e pensata tutta in casa, tante volte mi venisse il sospetto di un coinvolgimento della Armando Testa.)

 

Fino ad arrivare a incomprensibili strategie promozionali capaci di andare contro ogni logica.

(Ne avevamo parlato l’anno scorso: il libro con i 500 indirizzi dei Gruppi di acquisto solidale non se lo accattava nessuno. Da ggratis. Allora quest’anno, probabilmente per ripicca, l’editore l’ha messo a prezzo pieno. E vaffanculo. Andate al supermercato.)

 

E a dispetto di quei furbacchioni dei miei amici di ComPagine (sì, loro, quelli del polpettone),

 

le fascette aiutano a far vendere più copie. O in alternativa a suscitare qualche imbarazzo.

  

Fra l’altro, come dimostra la sempre spumeggiante Newton Compton, quello delle fascette è un campo in cui si può ancora sperimentare molto. Ad esempio cercando di scrivere l'intero romanzo direttamente in copertina.

 

In tema di libri, vista l’ipertrofica offerta, non è facile scegliere qualche titolo, anche se non possiamo esimerci dal segnalare le “novità” dell’editore torinese Aragno.

 

Un editore che, pare di capire, considera il 1945 come le Colonne d’Ercole della sua linea editoriale e le cui copertine in monocorde stile sabaudo fan quasi venire nostalgia di quelle dei libri autopubblicati.

 

In tema di non fiction, invece, segnaliamo un paio di manuali particolarmente interessanti.

 

E questo saggio, capace di ridefinire radicalmente il concetto di “nicchia”.

  

Alla fine tuttavia, girando per i padiglioni, si aveva l’impressione che questo Salone, più che del Libro, fosse quello del Gusto. E per quanto sia una tendenza già vista negli ultimi anni, questa edizione ha sancito il raggiungimento di un livello che potremmo definire "Mr. Creosote". Cioè di non ritorno.

 

Voglio dire: e il megaspazio della Voiello, e gli chef che cucinavano in ogni angolo, e i raffinati stand del cioccolato, e gli assaggini, e i regalini, e tutti 'sti libri di ricette che ormai pare che un editore (Aragno escluso) se non ne ha almeno un paio in catalogo debba fallire il giorno dopo, insomma, non sarebbe arrivato il momento di mettere un po’ un limite a questa cosa del cibo? Va bene che ci piace mangiare, e va bene che il cibo è cultura, e va pure bene che si tratta di un settore trainante della nostra economia, però mica potremo fare solo quello, no? Cucinare e mangiare e nei tempi morti leggere dei libri di ricette.

(Che poi alla fine i protagonisti sempiterni del Salone sono gli hot dog dimmerda delle bancarelle, quelli che per 5 euro ti devi pure mettere la senape da solo. Ma vacagare.)

 

Per fortuna, in mezzo a tutto questo materialismo, c’era il Vaticano a bilanciare con un po’ di spiritualità.

 

E tanti tanti libri su le solite due menate diversi argomenti di grande respiro. Come la politica.

 

O il sesso.

 

 

Come abbiamo già avuto modo di segnalare, la popolarità di Papa Francesco si riflette anche a livello editoriale.

 

Anche se forse gli editori dovrebbero cercare di non esagerare nello sfruttamento di questo traino per fini commerciali.

 

L’editoria cattolica, comunque, si trova sotto una Spada di Damocle: quella di dover affrontare il gravissimo problema dell’invenduto di Benedetto XVI.

 

Qualcosa dovranno pur fare.

 

Alla fine, insomma, il cibo e la fede sono stati i due aspetti più evidenti di un Salone che potremmo racchiudere nella formula "mangia e prega".

E io me ne sono andato con l'idea che l'unico che abbia davvero capito tutto sia stato l’editore Sterik.

 

P.S. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma i cartelli scritti a mano? Ma lo storico triplete di Totaro? Tranquilli, domani facciamo un piccolo supplemento proprio su questo.

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