Ventun novembre, ore venti. Usciamo dai nostri uffici di Smemoranda dalle parti di Ripamonti. Piove di una pioggia invernale, che è acqua ma non lo è. Noi milanesi raramente viviamo la pioggia vera. Accade quasi sempre in aprile, così come il vento a marzo, ma non succede che per qualche ora all’anno. La nostra pioggia di città in inverno è invece acquerugiola che quasi sale anziché cadere, odora di asfalti umidi, regala circonvallazioni affannate, luci arancio opache e perse in orizzonti brevi di periferia, ansie e pozzanghere troppo invadenti. Questa è la nostra pioggia invernale. Pioggia inutile. Un tempo, quando eravamo piccoli, si diceva che la pioggia spazzava via la nebbia, una sua utilità l’aveva. Oggi non succede più. Sparite entrambe.
Ma questa volta, mentre da via Ortles in auto cerchiamo di raggiungere piazza Bonomelli, ci pare che si stia alzando una strana foschia, più simile a nebbia che ai fumi di quella miriade di goccioline che non sanno se scendere o volatilizzarsi a mezz’aria. Pare impossibile, ma è proprio nebbia.
E’ davvero strano, la prima cosa che ci viene in mente. Poi pensiamo ai nostri figli che ci aspettano a cena e che la nebbia quasi non la conoscono.
Quante sono le cose che vivevamo noi bambini, della nostra città , e che i bambini di oggi non vivono più? I pensieri si accavallano e ci portano alla nostra infanzia, ma li facciamo scivolare via veloci: la peggior cosa dell’età adulta è la nostalgia, quando prevarica il semplice ricordo. Assecondarla, si rischia di diventare dei vecchi brontoloni.
E allora via dalla testa i battellini con le eliche ad elastico della fontana dei Giardini Pubblici, via la raccolta delle foglie di ippocastano in autunno, via le castagne matte che fanno passare il raffreddore. E le narcisate coi treni delle Nord, le marmellate di mele cotogne, il Ciocorì. Via le biglie a “buchetta†nelle aiuole sotto casa e le figurine contro i muri delle scuole. Via persino quei ridicoli vecchietti con gli impermeabili, terrore delle mamme e delle portinaie che li curavano a vista davanti al portone di casa: “Mi chel lì s’el vedi ancamò a dà fastidi ai tusann el ciapi per i ball e ghe fu sifulà l’Aidaâ€. Viene da sorridere a pensarci oggi, pressati da ben altre paure. Via tutto, il mondo va avanti, per fortuna o per forza.
Tornando a casa troveremo Martina di fronte al suo computer in collegamento messenger, con tanto di webcam da 23 euro. Sono in linea con lei in cinquanta, tutti compagni di scuola e compagnia bella. “Siamo i più fighi di tuttiâ€, ha appena scritto. “Dai papà , vai via che ti vedono!†Marco in semifinale icsbox coppa del mondo, schermo 32 pollici “ègol-ègol-ègol! Vieni papi che ti do una smazzolata anche a teâ€. Non fai in tempo neppure a dire “non si dice ‘ti do a te’†perché ti ha già refilato un gol. Sarà Dida, mannaggia a te che hai scelto il Brasile… Andrea, il più grande e il più serio, nell’altra casa starà finendo una ricerca internet sui Maya o sarà in You tube a rivedersi per l’ennesima volta qualche pirlata delle loro. Bambini e preadolescenti di oggi. Altro che “buchetta†e narcisate.
Eppure la città c’è sempre, fuori. E noi siamo quelli che l’abitiamo. Anzi, che ci piaccia o no, la città siamo noi. Solo che loro – i bambini - oggi non la vedono più, la loro città . Spesso, e questa è forse la cosa peggiore, si ricordano che esiste, attraverso gli occhi delle telecamere, alla televisione. Riprodotta nei fondali impomatati delle coreografie o in filmati shock, senza gioia e con tante paure in più. La vedono finta, brutta e lontana.
Ma Milano è davvero così? E’ proprio come noi adulti la lasciamo vivere – e subire - ai nostri figli?
Siamo distratti e stanchi. O incapaci di comunicarla. Forse rincorriamo facili nostalgie e umiliamo la memoria, unica a garantire radici solide. Vagheggiamo improbabili futuri e schiviamo presenti più faticosi da condividere e migliorare, magari anche incazzandoci, una buona volta.
C’è uno strano vezzo nell’aria (e qui il discorso si farebbe complesso…). E’ una specie di sport in cui noi milanesi siamo campioni d’Italia da secoli e da qualche decennio forse campioni del mondo. Lamentarci a bassa voce, a volte con rabbia generica, più spesso con rassegnazione, di quanto sia brutta, invivibile, noiosa, nociva Milano. Diciamocelo, è vero. Milano, come quasi tutte le grandi metropoli, ha tutti questi difetti insieme e molti di più. Ma permettete questa piccola provocazione, c’è una sola cosa che può peggiorare ulteriormente una situazione già degradata: ripetere queste cose ai nostri figli, educarli cioè a questo “Brutto†stagnante e invincibile e bene che vada portarli al mare, male che vada sbatterli soli davanti alla tv o accompagnati dentro a una piscina coperta.
La nostra città è bella perché è la nostra città . Lo è per eredità genetica, se non lo fosse, saremmo orrendi noi.
La nostra città è brutta perché non è più la nostra città . Non è più nostra figlia e madre, è come un cugino, una parentela che si subisce.
Chissà se i bambini riusciranno a far tornare la nebbia, quella “sana†che sale dagli ultimi campi di Chiaravalle. Bisognerà darsi da fare perché lo vogliano. Se i bambini torneranno a sapere da noi che ci sono le piazze, le case, le chiese, la stazione, i musei, i giardini, le nuvole, persino, e che si possono vedere anche in città rincorrersi tra i tetti in una delle rare giornate di vento, forse sentiranno il bisogno di qualche mezz’ora di Disneychannel in meno e crescendo gli verrà un po’ di voglia in più di cambiarla, migliorarla davvero, questa strana cosa dentro la quale sono capitati a vivere.
Lunedì Marco è tornato a casa da un laboratorio amico con una cerbottana e cinque bussolotti. Prima di ieri non sapeva neppure che esistessero. “Il maestro Emanuele ce l’ha fatto vedere come si fa, ma non sono ancora capace da solo a fare i bussolotti, come si mette il dito, come si arrotola?…†Prendi un vecchio Corriere, fai le striscette, prova e riprova… impara. “Dai che si va al Parco Lambro a fare l’unica guerra che mi piace…. Sì cara, poi li raccolgo, i bussolotti, non li lascio in giro per i prati.†E se anche ce ne scappa uno dimenticato sotto una betulla è sempre meglio di quel Dida nel Brasile che para quasi tutto – è virtuale – e ride. Sull’icsbox gli han fatto la faccia da scemo. Il bussolotto inquina meno.
Gino & Michele
info: www.ginoemichele.it

