Il sogno di tutti i detenuti è quello di poter uscire dal carcere consapevoli di aver saldato il proprio debito con la giustizia. Purtroppo, però, non tutti hanno la fortuna - una volta scontata la pena in carcere - di uscire liberi davvero. Al termine della detenzione, infatti, capita di dover subire quelle che si chiamano 'pene accessorie', meglio conosciute come 'misure di prevenzione'. Non hanno nulla a che vedere con i reati commessi e le conseguenti condanne subite: sono delle limitazioni imposte su richiesta del giudice o addirittura della Questura a coloro che vengono ritenuti "particolarmente pericolosi".
La tradizione vuole che tali prescrizioni siano riassunte in una sorta di 'libretto rosso': è quella la tua vera patente di delinquente.
A me la diedero nel 2003, appena uscito di prigione dopo aver interamente scontato i sei anni della mia condanna. La Questura di Milano che mi notificò tale normativa pose dei limiti al mio stato di apparente libertà . Innanzitutto non potevo assolutamente muovermi dal mio Comune di residenza, né allontanarmi dalla mia abitazione dalle 21 alle 7 dell'indomani mattina. Avevo l'obbligo di trovare entro 90 giorni un lavoro. E ancora: non potevo frequentare luoghi pubblici 'particolarmente affollati' tra cui bar, stadi di calcio, discoteche e sale da gioco in genere. E fin qui, diciamo, il livello di assurdità rientrava nei limiti dell'immaginabile.
Ma poi c'erano altri obblighi oltre il confine del paradosso. Per esempio: "camminare sulla strada e non sui marciapiedi, anche come pedone". In caso di pioggia mi era "assolutamente vietato l'uso dell'ombrello" ritenuto un'arma bianca. Mi è capitato di essere fermato perché sorpreso dalle forze dell'ordine mentre, con un cenno, salutavo un amico anch'egli pregiudicato: lui, passando in auto mi aveva fatto un colpo di clacson senza neanche fermarsi.
In un'altra occasione mi hanno arrestate dopo che ero entrato in panetteria dove c'era già un pregiudicato, che stava lì per comprare il pane. Una sera mi hanno fermato per aver firmato il mio rientro con dieci minuti di ritardo. Mi è stato anche imposto di fare del volontariato, che poi nel male - il male delle cose imposte a forza - è stata un'esperienza bellissima: sono stato a contatto con ragazzi disabili presso l'associazione "Yabboc". Loro sapevano perfettamente chi ero e cosa avevo fatto, ma mi volevano tutti un bene esagerato.
Insomma non è stato facile per niente riuscire a rispettare tutte queste prescrizioni: tanto che a un certo punto avevo chiesto al magistrato di sorveglianza di poter espiare anche la misura preventiva in carcere, perché vivevo nel terrore ed ero costantemente in preda a vere e proprie crisi d'ansia.
Mi chiedo che senso abbia imporre a chi ha già pagato il suo debito con la giustizia tutti questi divieti. Meglio sarebbe forse aiutare chi esce dal carcere coinvolgendolo in progetti di lavoro, o in situazioni che favoriscano i contatti con persone estranee al mondo criminale, per costruirsi pian piano una rete di conoscenze nuove, diverse. Sarebbe un modo per non farci sentire catalogati a vita come delinquenti: cosa che invece accade con la sorveglianza speciale e col famoso "libretto rosso" che ti trasforma per legge in delinquente patentato.
Estratto da L'Oblò / Marzo 2007

