LA STIRPE
di Sandrone Dazieri
La prima cosa che vedo aprendo gli occhi è il volto di un tizio sulla trentina, l’espressione grave e la faccia lunga, leggermente equina. Indossa un camice da medico. “Ti ricordi come ti chiami?” dice.
“Eh?”
“Il tuo nome. Prova a dirmelo” ripete. Sento l’ansia nella sua voce.
“Leonardo.” Articolo a fatica le parole, le labbra sono come congelate.
“Bene. Io mi chiamo Davide, piacere. Adesso alzati. Scusa se la faccio breve, ma andiamo di fretta.”
Mi aiuta a raddrizzarmi e scopro tre cose: che non sono in un letto come pensavo, ma disteso su una sorta di panca di legno, che sono completamente nudo e che vedo il mio fiato. Penserei che si tratta del sogno più strano che abbia mai fatto, se non avessi la certezza di essere sveglio. Ho troppo freddo e troppo mal di schiena per non essere nel mondo reale. Ma che cosa è successo? Finalmente la mia mente riavvolge il nastro e mi rivedo mentre esco dalla redazione e cammino verso casa tutto allegro. E rivedo i due tizi vestiti di nero che mi si parano davanti. Uno dei due ha in mano quella che sembra una pistola con silenziatore e la punta deciso verso la mia faccia. Sento il fiato che mi si mozza. “Mi hanno sparato?” dico a fatica.
Il freddo è davvero terribile.
Tremo.
“Esatto” dice il tizio, avvolgendomi sulle spalle un camice identico al suo. Mi tasto freneticamente: niente ferite e niente dolore. Eppure ho il ricordo di una fitta tremenda alla testa, rapida, come un cerino che si accende e si spegne nel buio. Ecco, buio. L’ho sentito salire e avvolgermi. E adesso sto benissimo. “Non capisco.”
Mi allaccia il camice. “Spero che nessuno noti che vai in giro scalzo, ma dobbiamo arrivare solo sino al furgone. Andiamo, dai, muovi il culo.” “Ho detto che non capisco.” “Poi ti spiego” dice tirandomi. Resisto. Tutto va troppo in fretta per me. “Ascolta, amico. Come hai detto che ti chiami?”
“Davide.”
“Va bene, Davide. Non ho intenzione di andare da nessuna parte con te. Sei un dottore?”
“No.”
“Ecco, voglio un dottore.” Cerco il campanello per chiamare l’infermiera, ma finalmente mi rendo conto che quella stanzetta illuminata dai neon dove mi trovo somiglia molto poco a una corsia d’ospedale. Sembra più un… grande frigorifero. Con i ripiani ingombri di strani oggetti coperti da teli bianchi dalla dimensione e la forma di corpi umani. “Questo non è un ospedale, vero?”. “No” risponde Davide. “Non proprio.”
Sollevo uno dei teli. Appare il volto di un vecchio, con gli occhi spalancati e il colorito bluastro. Lascio ricadere il telo. “E allora dove siamo?” chiedo, già intuendo la risposta.
Davide sospira. “All’obitorio. Eri morto, Leo. Sei rimasto secco per tre giorni.” ...
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