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12/12/2011
Vacca, Get Maad e tutto il resto - Intervista
Abbiamo parlato con Vacca. Di musica, hip-hop e reggae, Italia e Jamaica, vita

di Michele Rumor

Vacca è andato. Vola verso la Jamaica, verso quella che oggi chiama casa, dopo un 2011 intenso: ha pubblicato il libro che racconta la sua vita insieme al suo ultimo disco, Pelleossa; e poco più di una settimana fa, il mixtape Get Maad (disponibile presso www.produzionioblio.com e www.areadicontagio.com). Mica male, per uno che da poco è diventato padre di famiglia. Vacca ha passato gli ultimi mesi in giro per l'Italia, in tour. Noi vi abbiamo regalato i biglietti - in collaborazione con Propapromoz - per andarlo a vedere.

Vacca c'è chi lo odia. E chi lo ama. Noi siamo più per la seconda, quindi non ci siamo fatti scappare l'occasione di chiacchierare un po' con lui. Di musica e altro.

Iniziamo da Get Maad, visto che è fresco. Cosa c'è dentro?

Prima cosa: non è solo mio, l'ho fatto con Kian, il fondatore di Golden Bass Sound. Avevamo già lavorato su due mixtape [Don't say nothing volume 1 e 2] che erano andati molto bene sul web.

In Italia i mixtape sono concepiti in modo strano, la maggior parte delle volte: molti o copiano oppure fanno solo freestyle... Bisogna capire che esiste un modo lecito di fare mixtape, cioè utilizzare ritmi o beat già esistenti in America o in Jamaica, e uno no. Che sarebbe: copiare, punto. L'originalità dev'essere la componente più importante di un lavoro non ufficiale, altrimenti non ha senso.

Noi abbiamo utilizzato ritmi per la maggior parte di produzione giamaicana, tutti vergini, nessuno ci ha mai cantato sopra. A parte la roba di Kian, c'è un pezzo di Chebit, un giovane talento di Bari con cui sto lavorando molto e uno, l'ultimo, di quell'icona assoluta di Steve Dub. Ecco, si capisce che non è facile per un italiano avere ritmi giamaicani... però io ci vivo! Quindi è più facile.

Infatti - non vorrei dire - c'è pure John Holt!

I featuring li abbiamo scelti io e Kian, e poi si è presentata l'occasione di lavorare con un idolo, il più grande artista reggae degli anni Settanta. Lui in studio è una macchinetta: in venti minuti aveva fatto, ed era tutto perfetto. Abbiamo avuto tempo per chiacchierare, mi sono fatto raccontare un po' di cose della sua vita e della sua carriera...

Quanti pezzi pensi di aver regalato ai tuoi fan attraverso internet, negli ultimi anni?

Tanti... Adesso tutti mettono la roba in free download, ma io ho iniziato già nel 2007: dopo Faccio quello che voglio, con Poco di buono. Da quel momento ho iniziato a fare un sacco di video, e a utilizzare Myspace. La mia idea era: vi regalo un pezzo nuovo ogni 15.000 click. All'inizio era una bella soglia, finivo per dover postare una canzone nuova ogni tre settimane... Poi, quando è uscito il video di Vita da Re, il ritmo si è leggermente velocizzato: una ogni tre giorni, tipo che scrivevo, registravo di giorno, mixavo la notte, e usciva la mattina dopo.

Nel 2009 credo di aver messo online qualcosa tipo 110 pezzi. Quest'anno, prima di Get Maad mi hanno imposto di smetterla per un po', se no non mi concentravo sul mixtape vero.

L'idea di essere super-prolifici è molto giamaicana.

Mah lì è tutto un altro sistema: i pezzi postati su youtube il giorno dopo sono in radio, la sera li senti nelle dancehall. In Italia le canzoni per il web non hanno vita oltre i fan. Però questo non significa che non servano, anzi... hanno aiutato me, la mia evoluzione musicale. I commenti negativi, soprattutto. Una volta mi davano addosso un sacco, adesso vedo tre o quattro commenti negativi su 400... anche la merda in faccia che ti arriva, aiuta. Io me la sono beccata per anni, però sono fiero di essermi esposto, di aver esposto la mia musica ogni tre giorni, non con un disco ogni due anni.

E poi, alla fine tutti questi pezzi li butto fuori perché mi va: lo studio, le produzioni, le pago di tasca mia, quindi se non mi piacesse sarebbe già finita. Se non lavorassi così tanto, non avrei modo di cambiare, e anche questo credo sia importante... Ogni disco che faccio è diverso dal precedente, anche per questo motivo. Poi è divertente vedere che adesso la gente dice "Eh, però Vacca era meglio ai tempi di VH". È la stessa che ai tempi criticava pesantemente proprio VH.

Insomma, dai, la vita cambia, si cresce... io sono diventato papà, sono andato via dall'Italia.

Proprio quando il rap italiano stava iniziando a spingere forte sul mercato.

Credo di aver fatto sempre il contrario di quello che facevano tutti. Alla fine ero io che cantavo "Non mi sento parte di sta scena" no? Non perché non fossi rispettato dai colleghi, ma perché molti facevano fatica ad accettarmi. Ai tempi di VH, nel 2003, 2004, la gente mi dava addosso perché la mia musica era un po' più allegra della media... era un momento in cui se non eri uno spacciatore paranoico non andava bene. Io avevo magari una storia di vita non proprio allegra da un certo punto di vista... ma a me piaceva l'altro punto di vista. C'era così tanta gente depressa, anche fra chi faceva hip-hop, non si sentiva il bisogno di un altro, no?

C'è da dire che dalla depressione sono usciti piuttosto bene.

Certo. Tutta la Milano di quel periodo, nata dagli show off, le gare di freestyle create da Bassi e Rido, adesso comanda nel rap italiano. Tutti hanno visto il loro nome diventare gigante. Guarda i Dogo dove sono arrivati.

Che ne pensi dell'ossessione nei confronti dell'autenticità dei rapper? Va bene keep it real, però...

Bisogna capire che nell'hip-hop esiste anche lo storytelling, raccontare storie. Poi se devo dire io non sono mai stato molto capace perché mi veniva più facile raccontare le mie esperienze, ma se uno è bravo... io non ho mai detto a nessuno "Ah, dici cazzate, allora sei un bugiardo eccetera". Penso sia meglio guardare il proprio, la propria evoluzione. E basta. Il mio percorso lo vedo come una scala, dallo schifo alla roba buona. Il che non significa che io sia soddisfatto. Adesso voglio lavorare sulla voce, magari cantare di più.

Cambiamento.

Diciamo che nella vita ho cercato di stare il meno fermo possibile. C'è stato un momento in cui cantavo con un gruppo che si chiamava Azihlo Nitro, dal 2001 al 2003. Era gente dei centri sociali, un gruppo che suonava davvero, suonava di tutto con un'attitudine punk che mi piaceva, visto che da piccolo ero tipo tutto straight edge, ascoltavo solo hardcore... Tutte le esperienze sono servite. Tutta la roba che racconto dentro il libro non è la celebrazione di chissà quale artista arrivato chissà dove, non sono mica Vasco Rossi. Solo la storia di uno che ha trasformato la sua passione in lavoro. Che per me è una grossa vittoria: quando lavoravo in cantiere a quindici anni, stavo lì a scaldarmi sotto la luce dei faretti d'inverno e pensavo "Non voglio fare questa vita". Quindi insomma, le cose sono andate migliorando.

Adesso sono di nuovo davanti a un inizio: nuovo ambiente, un genere musicale diverso. Devo fare le cose come si deve, anche per farmi accettare. Certo, vivere in quell'isola è un buon punto di partenza.

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