Quante anime aveva, Marco?
Era artista appassionato, dalle aule di Brera al collettivo dell’Isola Art Center; era rugbysta, nella Stella Rossa di Milano, e i valori fondanti del rugby lo guidavano anche fuori dal campo; era un esploratore che voleva cogliere il bello e il vero del continente più misterioso, l’Africa, e della sua gente. Da quando l’Africa era entrata nella sua vita non l’aveva lasciato più.
Ho avuto la fortuna di partire con Marco e un gruppo di volontari un’estate di parecchi anni fa, con l’associazione Amani. Destinazione: Kenya. Abbiamo trascorso un mese alla “Casa di Anita”, sulle colline di Nairobi, insieme alle bambine che la abitavano, strappate alla strada.
Qualcuno ha scritto che la “Casa di Anita” è un luogo dell’anima, perché – una volta entrato lì – un pezzetto di te ci resterà per sempre. O forse perché i sorrisi e le storie di quelle bambine rimarranno sempre un po’ con te, nonostante la tua vita vada altrove. Mi viene da pensare, in questi tristi giorni, che anche chi ha condiviso con te i luoghi di quella casa non te lo dimentichi più…
Non vedevo Marco da tantissimo tempo, eppure il suo ricordo non è sbiadito. Continuo a pensare al suo sorriso sornione, alla sua ironia sottile e discreta, e anche alla sua lentezza… aveva i suoi tempi, Marco, e quale modo migliore – se non educarsi alla lentezza – per accostarsi all’Africa. Il suo ultimo gesto, però, mi smentisce in pieno: il 2 luglio scorso Marco ha corso come una gazzella per tuffarsi e salvare dal mare in tempesta i suoi ragazzi kenyoti, arrivati in Italia ospiti del Ravenna Festival. Lui li accompagnava e avrebbe dovuto ricavare un racconto illustrato da quest’esperienza. Si è tuffato per salvare quattro ragazzini africani, cresciuti negli slum di Nairobi e quindi del tutto impreparati alle insidie del mare. Si sono salvati tutti e quattro, tranne George, l’acrobata, che è annegato insieme a lui.
Marco sapeva a cosa stava andando incontro? Probabilmente sì, ma questo non l’ha fermato. Ha dato la vita per un suo fratello, come ci ha ricordato il vangelo di Giovanni il giorno dei suoi funerali.
Si è tuffato da laico e da credente, da rugbysta, da artista e da esploratore. Ma, soprattutto, da eroe.

