Sarà stata la strigliata elettorale delle ultime amministrative a suggerire al Governo che un intero anno speso soltanto a spulciare le poltrone del Partito Democratico - operazione che nessun elettore aveva peraltro sottoscritto, con il proprio voto, all'alba degli scorsi 9 e 10 aprile 2006 - e a spazzolare quelle del Vaticano non era poi tutta questa finissima strategia politica, fatto sta che più chiaro di così il messaggio non sarebbe proprio potuto arrivare.
Adesso basta 'semplicemente' tornare indietro di 12 mesi e riprendere in mano quelle famigerate 281 pagine di Programma compilato dall'Unione alla vigilia del voto cercando di salvare il salvabile prima del (sempre meno remoto, per la verità ) catafascio implosivo.
A cominciare, magari, dalle pluriosannate riforme del Mercato del Lavoro per le quali 3 milioni e 800mila precari stanno ancora aspettando che si muova una foglia da 12 mesi e per le quali, fino ad oggi, sembrava non essere mai il momento giusto per iniziare a parlarne in termini che non suonassero sempre e sistematicamente come la propaganda elettorale di chi è all'Opposizione da 5 anni anziché al Governo da uno.
Almeno fino ad oggi, appunto. Perché La Repubblica ha battuto, primo fra tutti i quotidiani, la notizia secondo cui da fine giugno potrebbe finalmente partire un primo intervento di modifica alla Legge 30 - quella comunemente (ed erroneamente) definita "Legge Biagi" - mirato a mettere un freno all'abuso selvaggio dei contratti a termine. Che, allo stato attuale delle cose, provocano situazioni ai limiti dell'assurdo, e della legalità stessa, con lavoratori costretti a sottostare per anni e anni a forme contrattuali atipiche (stage gratuito, stage a rimborso spese, co.co.pro.) all'interno della stessa azienda senza mai vedersi regolarizzata la propria posizione. Si parla di un tetto massimo di 3 anni, anche se resta da capire cosa avverrà /avverrebbe invece in caso di mancato rinnovo di un contratto atipico dopo, supponiamo, 2 anni e 6 mesi: esisterà un'opzione di "credito formativo" in base al quale il lavoratore potrà comunque far valere la propria pregressa esperienza, oppure il nuovo destino dei Precari sarà quello di accumulare di volta in volta co.co.pro. per 2 anni e 6 mesi saltando da un'azienda all'altra senza che, di fatto, intervenga il benché minimo cambiamento rispetto ad ora?
Altro punto: la proposta di far sparire il "lavoro a chiamata" (tu, lavoratore, devi sempre tenerti disponibile finché io, azienda, non decido che ho bisogno di te a mia totale discrezione) e lo "staff leasing" (tu, lavoratore, risulti come mio dipendente anche se, di fatto, lavori per un'altra azienda).
Come si legge nell'articolo scritto da Luisa Grion, inoltre, «I contratti a progetto resteranno, ma costeranno di più. Sarà consentito il riscatto della laurea a cifre accettabili; ai lavoratori flessibili sarà consentito di unire gratis i vari spezzoni contributivi versati ai diversi enti di previdenza (anche oggi è possibile, ma c'è il limite dei sei anni al di sotto del quale i contributi si perdono). Si tratta della cosiddetta "totalizzazione" cui il Ministro del Lavoro Cesare Damiano si è detto tante volte favorevole».
Si comincia, insomma, a intravedere un barlume di disegno politico - benché ancora provvisorio e, naturalmente, del tutto ipotetico - che inquadra il problema del Precariato e della Precarietà nella sua radicata e complessa capillarità . Molti nodi nevralgici (mancanza di meritocrazia, mancanza di trasparenza, mancanza di controlli, mancanza di accesso al credito e così via) sono ancora lontani dall'essere affrontati se non a parole, ma quantomeno una vaga sensazione che "Eppur si muove" inizia a farsi strada.
A questo punto c'è solo da augurarsi che non bastino un paio di metri a far finire la benzina...

