Ferma ad un semaforo con la mia "city bike", noto distrattamente un mega cartellone che pubblicizza la prima Conferenza Nazionale della Bicicletta a Milano. Curioso, commento, perché è proprio nel capoluogo lombardo che da un po' di tempo sto tenendo un diario mentale della mia vita da neo-ciclista urbana...
Dunque, ho pensato un paio di mesi fa, questa volta mi attrezzo per bene perché spero di usare la mia nuova bici il più possibile, voglio comprare l’indispensabile elmetto e le ancora più indispensabili luci anteriori e posteriori, e anche il tintinnante campanello! E mi illudo che con queste piccole accortezze i miei percorsi saranno molto più sicuri.
Mi sono illusa, appunto.
Vi assicuro che per un ciclista (anche per una maglia gialla sotto effetto di doping) immettersi nel traffico milanese all'ora di punta (specialmente quella serale, quando tutti devono correre a casa, o al supermercato, o all'happy-our, o in palestra, o dove gli pare e la frenesia è incontenibile) non è davvero un gioco da ragazzi e ti vien da pensare che in mezzo a tutti quei pericoli uno si possa anche scordare come si faccia ad andare in bicicletta, anche se il proverbio dice che non lo si scorda mai.
E così ti trovi a dover studiare l’intero tragitto ripassando mentalmente i marciapiedi disponibili perché, non essendoci piste ciclabili, bisogna inventarsele da soli… Succede però che il marciapiede se lo tengono stretto sia i pedoni (giustamente, dovrebbe essere il loro spazio) ma ancora di più (ovviamente) le macchine! Perché in questa città , lo sanno tutti, è pratica tacitamente accettata parcheggiare e fare manovre sui marciapiedi. E così ti trovi pure lì a doverle schivare.
Ma soffermandomi per un attimo sui pedoni, ho notato che questi si dividono in due categorie: quelli così educati, disciplinati, direi quasi arrendevoli, talmente abituati a essere sopraffatti che quando tu timidamente ti fai spazio sul marciapiede con il campanello loro ti chiedono scusa - al che mi viene istintivo rispondere «Ma no, scusi lei!»; e poi ci sono i pedoni che il marciapiede se lo vogliono vivere fino in fondo, fare gruppo con altri pedoni, chiacchierare, discutere di politica o dei fatti del giorno e questi sono davvero agguerriti. Se chiedi permesso con le due ruote a loro sono pronti a mandarti imprecazioni e maledizioni che ti fanno veramente tremare… Insomma, il pedone moderato non esiste.
Comunque, per tornare al povero ciclista, bellamente ignorato dagli automobilisti e guardato con sospetto dai pedoni, lui non sa veramente quale sia il suo spazio, quali i suoi diritti, forse conosce solo i suoi obblighi, e cioè chiedere «Permesso» da una parte e dall'altra.
E dire che nei rari momenti in cui la strada è quasi sgombra, e l'aria quasi frizzantina (ho detto quasi) mi rendo conto che anche pedalare in questa città è un'esperienza da raccontare: si riflette, si canticchia, ci si scambiano occhiate di complicità con i propri simili (gli altri ciclisti), si osservano i luoghi e le persone.
E mi chiedo perché non possiamo provarci tutti a usare un po' di più il mezzo più ecologico che ci sia: si svuoterebbero le palestre, si abbasserebbero le polveri sottili, si canticchierebbe di più e magari ci si sentirebbe anche tutti più solidali.
Chissà se quel giorno arriverà mai, Olanda dreaming...

