Nel wrestling, è risaputo, è tutto finto: sono finti gli incontri, sono finti i risultati, sono finti i siparietti all'inizio e alla fine di ogni match, sono finte le rivalità , sono finte le alleanze e - spesso - sono finte anche le botte. Le uniche componenti reali che questo genere di "spettacolo" conserva ancora sono le morti dei suoi protagonisti, un momento prima campioni temerari e invulnerabili e il momento dopo trovati senza vita nelle circostanze più torbide e macabre. Soltanto negli ultimi vent'anni si sono registrati oltre quaranta decessi di Superstar del ring per infarto, overdose, omicidio o suicidio, e su ciascuno di essi è sempre stato prontamente calato un velo di sabbia e di omertà , in modo da non far trapelare le (evidentemente) sconcertanti "verità nascoste" e da assicurare la continuità del business all'insegna del più cinico dei «The show must go on».
Ma quando poi avvengono fatti come quello che ha coinvolto ieri il popolare fighter canadese Chris Benoit, impiccatosi - con ogni probabilità - dopo aver ammazzato la moglie e il figlio di 7 anni, forse sarebbe opportuno lasciare da parte fanatismi e ipocrisie e iniziare a far luce con la maggiore trasparenza possibile sui meccanismi e sulle dinamiche che governano il mondo del wrestling e che provocano (o, quantomeno, agevolano) ogni genere di psicosi, nevrosi e patologie nella maggioranza delle persone che ne fanno parte.
Che muscoli e miliardi non bastino per essere felici è una ben misera morale a cui ricondurre le morti di Eddie Guerrero (2005, infarto - con precedenti di alcolismo, tossicodipendenza e abuso di farmaci -), Crash Holly (2003, suicidio), Gino Hernandez (1986, overdose di cocaina), Eddie Gilbert (1995, infarto), Big John Studd (1995, cancro al fegato dovuto all'uso di steroidi), British Bulldog (2002, abuso di farmaci), Rick Rude (1999, abuso di farmaci), The Renegade (1999, suicidio), Andrè The Giant (1993, infarto), Dino Bravo (1993, omicidio) o Big Boss Man (2004, infarto) solo per citare i più emblematici in ordine sparso. Cioè: non si può pretendere che una mattanza del genere rientri nelle "normali eventualità " (o, alla peggio, negli "incidenti di percorso") di una disciplina votata alla simulazione pura. Nemmeno il Cinema, che pure è un circo di finzioni non meno esasperate, può 'vantare' una tale striscia negativa di casi di cronaca nera.
Quindi? È giusto continuare a compiangere la scomparsa di personaggi - verosimilmente - imbottiti di steroidi, antidolorifici e/o droghe eventuali e varie e costretti a recitare 24 ore su 24 (vita privata compresa) ruoli studiati a tavolino già sapendo che presto o tardi se ne aggiungeranno altre? È da bigotti moralisti pensare che se in gioco ci sono delle vite umane forse sarebbe meglio limare qualche concessione allo show business e assicurare condizioni migliori a chi, attirato da soldi e popolarità , perde qualsiasi cognizione della propria identità fino al punto di uccidere moglie e figlio - magari imposti anch'essi da clausole di contratto - per poi suicidarsi? Quante altre uova devono marcire prima che qualcuno si renda conto che la maionese è completamente impazzita?
Certo: le lacrime sono leggitime e inevitabili. Ma non sono quelle che riportano (o mantengono) in vita le persone...

