Per quanto strano possa sembrare, viste le premesse - le persone che promettono che con il Partito Democratico «cambierà tutto» sono le stesse che lo hanno promesso per 5 anni di propaganda pre-elettorale tra il 2001 e il 2006 senza aver poi fatto cambiare niente in 14 mesi di Governo (a parte il dare vita al Partito Democratico, appunto) -, sono in molti ad avere fiducia che il progetto di "Poltronismo a Lunga Conservazione" di Rutelli, Fassino & Co. possa costituire di fatto un punto di svolta nella stagnante gestione della res publica del nostro Paese.
La conferma è arrivata dalla torcida con cui è stato salutato ieri il discorso di Walter Veltroni al Lingotto di Torino, accolto a furor di popolo in un ruolo che ha già tutta la fisionomia del "Nuovo Premier". Anche se di nuovo, a ben vedere, Walter Veltroni non incarna e non esprime poi questo granché, né sul piano anagrafico (52 anni), né sul piano politico nazionale (è già stato vicePremier nel primo Governo Prodi, dal 1996 al 1998) e nemmeno sul piano programmatico: di «combattere la precarietà », «promuovere un patto generazionale», «dare dinamismo alla società », «sensibilizzare la salvaguardia dell'ambiente» e «assicurare un futuro ai giovani» traboccano ormai da anni tutti i panegirici di tutti gli esponenti del CentroSinistra, con il risultato che è sotto gli occhi di chiunque. Ovvero: che le deve ripetere anche Walter Veltroni e, quel che è peggio, che in bocca a lui assumono i connotati di «qualcosa di nuovo».
Ok, benissimo. Perché partire prevenuti anche questa volta? In fondo, come Sindaco di Roma, Veltroni ha dato prova di grande intraprendenza culturale - basti confrontare quante e quali attività e iniziative vengono organizzate e promosse nell'Urbe e quante e quali vengono organizzate e promosse a Milano da Letizia Moratti - e di grande abilità in fatto di pubbliche relazioni, doti che, in effetti, a molti suoi colleghi dell'attuale Governo sono in larga parte sconosciute.
Ciò che, tuttavia, costituisce un po' l'anello debole dell'euforia creatasi intorno a Walter Veltroni è, quasi paradossalmente, la sua impopolarità presso i "giovani veri". Non i "gggiòvani dentro" che a 60 anni credono di avere ancora tante energie da (far) spendere per il bene dello Stato costringendo - complici le regole della Legge Elettorale - i cittadini a votare per loro anziché per qualcuno con 30 anni di meno, no: proprio i "giovani giovani", quelli al di sotto dei 35 anni, che poco amano e ancor meno condividono le strategie di colui che dovrebbe / vorrebbe essere il loro "rappresentante supergiovane" e il loro "bella zio, facce sognà !".
E che non si tratti semplicemente di una questione di 'simpatie epidermiche' ma di un tappeto di malcontenti diffusi è abbastanza facilmente intuibile dall'atteggiamento sempre più compiacente - e "com-piacione" - di cui Veltroni ha diligentemente dato prova anche in occasione del suo discorso al Lingotto. Della serie: «dobbiamo accontentare tutti, ma proprio tutti, perché ciascuno ha il diritto di essere felice e nessuno deve rimanere scontento». Che non significa propriamente "voltare pagina" né "dire qualcosa di Sinistra": significa, come al solito, cercare di non inimicarsi nessuno per raggiungere il massimo consenso possibile.
Al contrario, i giovani sembrano invece invocare l'epifania di qualcuno che, finalmente, abbia voglia di sporcarsi le mani e di sbattere i pugni, se e laddove necessario, perché la Politica italiana degli ultimi 15 anni non ha mantenuto nessuno di quei proclami da Rivoluzione Copernicana che sembrava gridare la vicenda di Mani Pulite, e le nuove generazioni ne hanno risentito più di chiunque altro in termini di (legittimo, in fondo, seppure poco condivisibile) riflusso qualunquista. E Veltroni, va da sé, purtroppo non è mai stato e non sarà mai quella persona...

