Quando, alla fine del mese scorso, il regime del Myanmar ha bloccato in tutto il paese gli accessi ad internet per evitare la libera diffusione di notizie sulla sanguinosa repressione militare in atto, il nostro Presidente del Consiglio ha speso (doverose) parole di biasimo all'indirizzo di chi, in nome del Potere, priva un'intera società del diritto alla libertà di espressione e ne oscura i canali deputati.
Dopodiché, neppure 20 giorni più tardi, il nostro Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge tenuto a battesimo proprio da quello stesso Presidente del Consiglio e dal suo sottosegretario Ricardo Franco Levi, nel quale si delibera che ogni «attività editoriale», ovvero «ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria» - laddove «l'esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative» - sia tenuta all'iscrizione nel Registro degli Operatori di Comunicazione, condicio sine qua non per iniziare e/o proseguire le proprie pubblicazioni.
In sostanza, anche i Blog e i siti internet, equiparati in tutto e per tutto alle «attività editoriali» tradizionali, sarebbero obbligati ad adeguarsi ad un tale provvedimento, che specifica altresì come diventi responsabilità di «colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni» rispondere della «responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa». Il che implicherebbe che chiunque abbia intenzione di aprire un Blog o un sito d'informazione (o, semplicemente, mantenere quello che già possiede) debba dotarsi di un editore e di un direttore responsabile che ne autorizzi i contenuti e se ne assuma ogni responsabilità .
Non solo burocrazia, dunque, ma un vero e proprio "bavaglio" per regolamentare - nell'ottica di una presunta salvaguardia della «originalità del prodotto editoriale come espressione dell'intelligenza e del lavoro della persona» che «tiene conto dell'interesse generale alla circolazione delle informazioni e alla diffusione della conoscenza ai fini della della tutela della trasparenza, della concorrenza e del pluralismo nel settore editoriale» - le notizie in Rete appellandosi a una mozione che non conosce precedenti neppure, guardacaso, in Myanmar o in Cina.
Inevitabilmente, la risposta del Web non si è fatta attendere ed è stata fulminea, unanime e accorata. Al punto che, attraverso i loro siti ufficiali, sia il Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni che il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro si sono sentiti in dovere di riconoscere l'assurdità delle restrizioni applicate alle attività online, precisando inoltre che «il disegno di legge non è stato discusso nel Consiglio dei Ministri del 12 ottobre perché presentato come provvedimento di normale routine» e che, pertanto, l'approvazione non era stata soggetta ad alcun tipo di dibattimento.
Una manovra, insomma, degna del miglior Governo Berlusconi che, tuttavia, nemmeno il miglior Governo Berlusconi aveva mai avuto il coraggio (o la creatività ) di formulare.
A questo punto, sia che lo scenario si riapra e che il disegno di legge venga immediatamente bloccato e modificato sia che continui a seguire il suo normale iter di approvazione, non ci si può sottrarre dal muovere l'ennesimo "processo alle intenzioni" di un Governo che in un anno e mezzo di legislatura non ha fatto praticamente niente riuscendo a scontentare tutti semplicemente con quello che ha pensato di fare.
Perché, indipendentemente dalla possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi, nella mente di chi lo ha diligentemente compilato questo disegno di legge va bene così. Ed è proprio questa la cosa grottesca: che questo Governo prima sbaglia e poi, eventualmente, se proprio si ritrova con le spalle al muro, corregge e tampona. Appellandosi al motto secondo cui «Solo chi fa, sbaglia».
Il problema, purtroppo, è che non sbaglia «solo chi fa», ma «solo chi fa senza pensare a cosa sta facendo». E nonostante 3 milioni e mezzo di italiani abbiano appena manifestato a questo Governo la massima disponibilità a garantirne la conservazione tout-court aderendo con entusiasmo alla chiamata delle Primarie del PD, ormai il problema non è neanche più la conservazione della specie ma la sua inarrestabile regressione ad uno stadio ogni giorno più arretrato (culturalmente e socialmente) rispetto al giorno prima.
Quanto dovremo aspettare perché qualche rappresentante istituzionale si vanti, oltre che di contributi come la Legge Levi-Prodi allo sviluppo delle Comunicazioni o come il Protocollo sul Welfare allo sviluppo del Lavoro, anche della scoperta della penicillina allo sviluppo della Medicina?
Fonti: Corriere.it | BeppeGrillo.it | Civile.it | Google News

