Facciamo un gioco.
Prendiamo un pallottoliere e cominciamo a spostare da un estremo all'altro di ciascuna staffa una pallina per ogni situazione che - a nostro modo di vedere - in questo momento identifica in Italia un problema irrisolto.
(Ok, d'accordo, un pallottoliere non basta neppure per l'aperitivo: per semplicità , allora, proviamo a circoscrivere il nostro raggio d'azione a Lavoro, Trasporti e Burocrazia. Con qualche approssimazione per difetto dovremmo starci dentro)
A questo punto, riportiamo alla loro posizione originaria tutte le palline che identificano situazioni problematiche per le quali però ci impegnamo, in qualsiasi modo, a far sì che le cose cambino.
Bene: quante palline abbiamo spostato non una ma due volte? Con ogni probabilità , soltanto una minima parte.
Non che sia una colpa personale, intendiamoci. Purtroppo, è un atteggiamento collettivo che, in quanto tale, a lungo andare finisce per essere metabolizzato e diventare la norma. Ovvero, finisce per diventare normale essere consapevoli che esiste un problema (o più di uno), magari lamentarsene, e al tempo stesso non dare alcun tipo di contributo alla causa comune per cercare di risolverlo. Non si crede più a nessuno ma si obbedisce un po' a tutti, si criticano politici e istituzioni ma poi non si va a votare, si accetta di vivere in una distesa di letame aspettando soltanto che il proprio metro quadrato faccia nascere un fiore. E il 'Sistema' ringrazia, visto che per autoalimentarsi indisturbato non ha bisogno d'altro.
Senza scomodare termini troppo impegnativi come "qualunquismo" e "omertà ", più semplicemente si tratta spesso di un meccanismo - ovviamente non condivisibile - di autodifesa. Cioè: «Se anche cerco di impegnarmi ed essere propositivo, tanto so già che non succede niente e finisce che ci sto solo male; a quel punto, tanto vale fregarsene almeno vivo tranquillo". Come gli struzzi, si mette la testa sotto la sabbia e con quello si pensa che la questione sia risolta.
Benché possa suonare populista e demagogico, però, proviamo a pensare a quanti diritti, a quante libertà e a quante opportunità di cui godiamo oggi perché qualcun altro prima di noi ha avuto il coraggio di lottare (e di morire) in prima persona ci stanno venendo tolte giorno dopo giorno mentre noi teniamo la testa sotto la sabbia al grido di "tanto vale fregarsene almeno vivo tranquillo". Ma poi: si vive davvero tranquilli se la sabbia sotto la quale si mette la testa è quella del deserto e intorno a sé non c'è più niente da costruire?
Meglio, allora, cominciare - a piccoli passi, certo: nessuna 'Rivoluzione Culturale' si attua in un batter di ciglia - a prendere coscienza delle proprie possibilità in quanto parte di un'azione comune concreta da sviluppare poi nelle forme più vicine alle inclinazioni di ciascuno: denunciare, informare, comunicare, coinvolgere, riunire, manifestare, scioperare, boicottare e quant'altro ancora.
Ma arrendersi no. Mai.
E tu cosa ne pensi di questo diffuso modo di fare?
Pensi che "accontentarsi del peggio" sia la cosa più semplice per tutti, o credi che sia necessario ricominciare a prendere in mano il proprio destino e le sorti dell'intera società ? Vieni a discuterne sul nostro Forum!

