"I film non nascono solamente sotto i grandi marchi delle produzioni. Possono avere una carta d'identità insolita, come «Diari» di Attilio Azzola, opera scaturita dal progetto «Diari, voci e volti dell'adolescenza », promosso da Associazioni Fuoricampo e Poiesis-Villasanta, che sono riuscite a raccogliere patrocini da Brianza e comuni di Brugherio, Lissone, Vimercate, Villasanta, Monza.
Azzola, 37 anni, ha fortemente creduto in questo film a basso budget, nella cui «costruzione» sono stati coinvolti circa 400 adolescenti attraverso sei mesi di laboratori. Il lungometraggio d'esordio del regista milanese ha avuto il suo battesimo di fuoco a Cannes 2008, dove ha vinto l'Ecrans Junior per la sezione dei lunghi internazionali sul cinema giovane. Una risposta italiana alla Palma d'Oro di Laurent Cantet, «La classe», in un anno che vede la scuola protagonista non solo sullo schermo." [da Corriere.it]
A noi di Smemoranda l'idea di un film capace di raccontare la vita dal punto di vista degli adolescenti, senza stereotipi e semplificazioni, è piaciuta molto. E allora, abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con il regista Attilio Azzola.
Il tuo film parla della vita degli adolescenti, e per questo è stato paragonato a La Classe di Laurent Cantet. entrambe le pellicole sono accomunate anche dall'uso di attori non professionisti. Cantet ha già detto che La Classe non avrebbe potuto essere girato con "materiale umano" diverso; e Diari, invece?
Partendo da spunti simili, La classe e Diari sono di fatto due film diversissimi.
La Classe è un film con un’impostazione documentaristica e di certo non avrebbe avuto senso mettere in scena quel tipo di operazione con degli attori professionisti. Al contrario Diari è un film che prendendo spunto da una ricerca quasi documentaristica finisce per essere un prodotto di finzione più tradizionale e in questo senso degli attori non professionisti hanno dovuto cercare di esserlo. Sta dia fatto che in ambedue i casi l’apporto degli attori, e quegli specifici attori, è stato fondamentale rispetto alla qualità del risultato finale.
Hai un metodo particolare per dirigere i ragazzi?
Nessun trucco particolare. Me li scelgo bene, motivati e di personalità , e poi li faccio lavorare molto.
Tu hai 37 anni e sei stato definito più volte dalla stampa "un giovane regista". Ti sembra una definizione corretta?
Artisticamente giovane, biologicamente maturo. Amine (Slimane, il protagonista diciassettenne del film) direbbe vecchio.
Ci pare che la musica abbia un ruolo molto importante nel tuo film...
In tutti i miei film la musica ha un ruolo fondamentale e in Diari ancora di più. In spregio alle ristrettezze economiche, ci siamo presi tre compositori, uno per ogni episodio: Mauro Buttafava, Gipo Gurrado e Mell Morcone, e poi abbiamo coinvolto tre band giovani (Becky’s Diaries, Scarty e Siljanil) per apparire nel film. Il risultato è quanto di più eterogeneo: dal rock ai tanghi argentini anni ’30, dall’elettronica alle composizioni più tipicamente da film. Un mix che credo rappresenti bene il panorama dei miei gusti.
Per realizzare il film hai collaborato direttamente con un'educatrice, Maria Grazia Biraghi. Come ti ha aiutato?
Conosco Mariagrazia da vari anni e avevamo già condiviso alcuni progetti assieme prima di Diari e il suo apporto è stato fondamentale, soprattutto nella fase progettuale. Abbiamo passato molto tempo, assieme anche a Mario Nuzzo che è il terzo componente del team creativo, a porci questioni sul tipo di operazione che sarebbe stata Diari. Volevamo che fosse innanzitutto un’operazione artistica di livello ma anche un’esperienza formativa importante. Quasi tutti i ragazzi che sono entrati a fare parte del film come attori o come assistenti, ci sono entrati attraverso un percorso di seminari di formazione attoriale e di cinema, in modo che sapessero quello che li aspettava e per certi versi l’esperienza del set fosse il punto di arrivo di un’esperienza più articolata.
Quindi gli adolescenti non sono tutti balordi strafatti interessati solo alle scarpe da ginnastica?
Assolutamente no.
Diari sembra discutere molto il rapporto fra padrie e figli/e...
In maniera programmatica, tutti i profili dei personaggi sono centrati attorno alla figura del padre: assente nel primo episodio, presente e impositivo nel secondo. Ma in realtà anche il terzo episodio è centrato su una figura di padre, un padre putativo, ovvero una figura al di fuori della famiglia di origine che però assolve quel ruolo di iniziazione alla vita adulta che tradizionalmente assolveva la figura paterna. Parlando di adolescenti inevitabilmente si finisce per parlare anche di famiglia, una realtà quanto mai in crisi in Italia, eppure imprescindibile.
Tu hai mai scritto un diario? Secondo te i ragazzi li scrivono ancora?
Io tengo un diario dall’età di 17 anni e ancora oggi quasi quotidianamente mi annoto pensieri e piccoli eventi. Trovo sia una bella abitudine, che mi aiuta a mettere chiarezza nei pensieri.

