QUARANTASETTE, MORTO CHE PARLA.
Drinnn
“Pronto?”
“Guadalupi?”
“Sì?”
“Teodoro?”
Ora, se c’è una cosa che veramente detesto è essere chiamato Teodoro, ma si dà il caso che quello sia anche effettivamente il mio nome, quindi la risposta ovvia e necessaria fu:
“sì, sono io!”
“Buongiorno Guadalupi, sono Mottini”
Mottini era il cognome del mio professore di filosofia, ex agente di commercio improvvisamente redento che aveva abbandonato la professione per mettersi ad educare le nuove generazioni e che con me aveva un rapporto tutt’altro che idilliaco, quindi nonostante il mio cervello suggerisse frasi tipo: Cazzovuoiperchèmichiamiacasa, la mia bocca emise un suono del tipo:
“oh buongiorno professore mi dica”
“volevo avvisarla che abbiamo corretto i suoi scritti e sono stati molto molto soddisfacenti”
già perché si dà il caso che Mottini, nonostante fosse arrivato da noi solo in quinta liceo e quindi fosse ben lungi dall’avere un rapporto consolidato con noi studenti, per motivi che a tutt’ora mi sfuggono completamente era stato scelto come membro interno (termine che ai tempi richiamava immagini di videocassette con Cicciolina e Moana) della commissione di esame.
“bene” dissi, ma nella mia testa frullava la stessa domanda che sta frullando a voi in questo momento. “e quindi?” domanda che credo che il Mottini abbia intuito dal mio prolungato silenzio per cui prese lui l’iniziativa e aggiunse: “beh, volevo dirle che a questo punto, visto che lei è stato anche presentato bene, se si mette d’impegno potrebbe uscire con una valutazione molto alta. Basta studiare un po’”.
Da questo momento in poi i miei ricordi si fanno confusi. Nella mia mente ho l’immagine molto improbabile di aver riattaccato senza salutare, ma ero troppo sconvolto per aver sentito quella parola abbinata a me: studiare.
Forse manca una premessa: il sottoscritto in 5 anni di elementari, 3 di medie e 5 di superiori aveva sempre avuto con lo studio lo stesso rapporto che platinette ha con la gnocca. Me la sono sempre cavata, a volte con stratagemmi, a volte con impegno, ma sempre e soltanto limitato al minimo indispensabile. Ed ora improvvisamente, alla veneranda età di 19 anni, mi telefona uno e mi dice che devo studiare. E mi dice che devo studiare affinché il numero con cui poi tutto il mondo quantificherà la mia intelligenza e la mia cultura sia più alto possibile. Voi cosa avreste fatto?
Io mi sono messo a studiare, ho preso i libri e per circa 2 settimane non ho fatto altro, senza uscire, senza vedere gli amici, senza. Ma con la piccola differenza che non ci ero abituato. Risultato? Arrivo agli orali completamente appannato e rimedio una figuraccia senza precedenti (complice anche una mia uscita non brillantissima con la prof di inglese a cui ho detto, parlando di Kerouac, su come da giovani si voglia cambiare il mondo e poi con l’età adulta subentri la rassegnazione: ecco, vi consiglio di non dire mai una frase simile ad una ex sessantottina che è lì per giudicarvi).
E da quel giorno alla mia vita, oltre ad un irrazionale rancore nei confronti del professor Mottini, è abbinato il numero 47 (sessantesimi ovviamente). E sono esattamente ventuno anni che tutte le volte che qualcuno mi chiede: “ma tu quanto hai preso alla maturità ?” alla risposta “47” mi sento commentare “morto che parla”.
Sinceramente non mi ricordo assolutamente che Smemo avessi in quinta!!! e sinceramente non so bene cosa sono diventato adesso
TEO GUADALUPI
Adesso "il Teo" è diventato un autore televisivo di successo.

