Non credo che l'esame di maturità sia molto cambiato in questi decenni. Io l'ho fatto nel 1969, ai tempi di Carlo Cùdega, come si dice a Milano. Sinceramente non so chi era questo sciùr Cùdega, ma so di certo che in milanese cùdega vuol dire cotica e la cotica è la pelle del maiale, quella che si scuoia dall'animale appena macellato e che nella migliore delle ipotesi diventa un'aggiunta nefasta al piatto di fagioli. Beh, la mattina, quando ti alzi per andare a farti interrogare agli orali, più o meno hai la sensazione di essere sul punto di fare la stessa fine: cotica per fagioli. Anche a me è successo così. Ma negli anni ho imparato che anche la peggior sensazione col tempo si ridimensiona. Restano i ricordi, che sono molto più rilassati e divertenti. Per esempio ho ancora nelle narici quell'orribile tanfo di sudore che staziona nelle aule (ma quanto poco ci laviamo - in media - a quell'età ?). E le mani istoriate a biro, piene di date e nomi di battaglie, e di versi greci già indecifrabili all’origine e in dieci minuti cancellati definitivamente dal caldo umido che ti sale dalle unghie alle ascelle. O il fatto che in ogni commissione c'è almeno un prof ributtante e nonostante gli sforzi è su quello che ti concentri quando devi rispondere. E’ quella bocca sdentata del pingue commissario, o quei baffi obbrobriosi della prof di italiano, o i peli che escono umidicci dal naso di quello di matematica, che poi ti resteranno in mente per tutta la vita. A volte, per fortuna (?) la commissione ti regala anche una faccia simpatica, giovane. Un prof gagliardo o una insegnante carina. Ti rifugi lì, pieno di speranze. Occhio. A me capitò un fragile, dolce insegnate di filosofia dalla barba rossiccia e curata e dagli occhi comprensivi e complici. Uno chiaramente "di sinistra", un alleato, per un pischello come me cresciuto a pane e egualitarismo, in quegli anni. La domanda sussurrata e invitante fu: "Qual è, secondo lei, il filosofo che più ha influito negli accadimenti della storia contemporanea?" Partii con una spatafiata su Carlo Marx di cui credevo di sapere assolutamente tutto. Il simpatico giovanotto non aspettava altro. Mi ribatté punto su punto ogni entusiastica affermazione. Da carogna, senza pietà . Ovviamente le conoscenze erano spropositatamente impari e lui mi stava facendo a polpette. Cazzi. Mentre contribuivo, sudando come una capra, a aumentare quella meravigliosa irripetibile nebbiolina umorale che appestava l'aria della palestra cancellandomi definitivamente le ultime scritte sulle mani, ebbi la forza di domandargli "Mi scusi, ma invece secondo lei quale sarebbe il filosofo che contribuì" eccetera eccetera?.. Mi rispose - improvvisamente glaciale - che se proprio avessi voluto fare il "materialista" avrei dovuto partire dalle conoscenze di Hegel (e detta in soldoni aveva le sue ragioni, ammetto ora, col senno di poi). Ma che lui era di tutt'altra idea e che la risposta esatta avrebbe potuto (subdolo e stronzo: non "dovuto" ma "potuto") essere Nietzsche. Che come spero sappiate si pronuncia "Nice". "Nice" mi ero rifiutato di studiarlo, considerandolo il principale ispiratore del nazismo. Provai ad accennarglielo con poche parole balbettate con grande senso della democrazia. Non rispose. Mi porse un biglietto e una biro. "Mi scriva nome e cognome di questo filosofo che le fa tanta schifo e che invece si dia il caso fosse nel programma." Le parole esatte erano: Friedrich Wilhelm Nietzsche. Di 25 lettere ne azzeccai sì e no il trenta per cento. Spacciato, pensai. E da tranquillo egualitarista divenni in dieci secondi super rivoluzionario assetato di sangue, scavalcando a sinistra in un botto Stalin e Robespierre. Ma anche Barbablu, Nerone, Diabolik e la strega di Biancaneve.
Ma siccome la maturitĂ per fortuna è una cosa seria e come tutte le cose serie alla fine risulta molto meno temibile e assurda di come ce l'immaginiamo, non finì lì. Intervennero quella di italiano e il commissario. Mi difesero, accusando la vipera hitleriana di nozionismo e crudeltĂ . I tre iniziarono a litigare. Io naturalmente muto. Ero assetato di sangue e mi cagavo sotto. L’avrei voluto morto e chiedevo pietĂ . Contraddizione sublime. Come mandare affanculo un amore che ti tradisce e sperare che resti per sempre con te. Lo stronzone borioso si finse offeso con i colleghi e si alzò per andare a bersi un caffè. Tornò una certa calma. Quella di italiano sfilò dal pacco dei temi i miei fogli. Dato il lavoro che poi ho scelto di fare sarebbe stato assurdo aver cannato lo scritto di italiano. Non successe. Ma: “Vista l’ottima prova scritta e ben argomentata la credevo piĂą furbo di quanto si sia dimostrato poco fa in filosofia. Beh, mi dica ciò che crede. Anzi, no: che significa secondo lei la parola onomatopea? ”. Che culo. A quei tempi adoravo D’Annunzio. Era sanguigno e sensuale come la mia adolescenza a singhiozzo. Partii con una “Pioggia nel pineto” a memoria non richiesta, a cui feci seguire, con falsissima nonchalance “I pastori”. “IsciacquĂo e calpestĂo”, andarono a frusciare sotto “tamerici salmastre ed arse”, mentre la “solitaria verdura” baciava d’incanto “il crepitio che dura” e “il cuor nel petto” era “come pesca intatta” e “i denti negli alveoli come mandorle acerbe”. Guardavo la prof di italiano, davvero brutta, e mi pareva d’incanto Claudia Cardinale, la mia attrice preferita. Parlai a ruota libera di quei versi onomatopeici. Non ero per nulla un genio nĂ© un secchione: semplicemente ero tornato, fidandomi, a parlare di me, dimenticandomi che stavo facendo un esame. Finalmente il commissario mi propose il tanto atteso “Dimmi quello che vuoi.” Parlai di Carlo Cassola, raccontando la veritĂ . L’avevo conosciuto, letto, apprezzato, dopo aver visto il film “La ragazza di Bube”, tratto dal suo romanzo migliore. Protagonista ineguagliabile naturalmente las “mia” Claudia Cardinale, regina dei miei desideri. Ora posso dirlo: devo la mia maturitĂ a una donna molto bella, lei, e a una molto brutta, la prof d’italiano. Degli uomini da allora mi sono fidato molto poco. E della loro barba ancor meno.
Portai a casa un insulso 42/60 perché – seppi dal membro interno – lo stronzone hitleriano si era impuntato e voleva bocciarmi.
Ma forse l’esame di maturità è davvero una grande allegoria dei nostri anni più importanti: in futuro mi sarei barcamenato tra grandi ideali masticati a volte malaccio e meravigliose passioni, spesso irraggiungibili, venendone fuori con maldestri 42.
Michele Mozzati, milanese, alterna Smemoranda e la scrittura satirica e comica alla narrativa. Spesso insieme a Gino Vignali, ma stavolta no.

