Altro che notte prima degli esami, litania popolare che mi muoveva nella pancia chissà cosa, quando la ascoltavo nelle domeniche lunghe e impacciate dei lunghi anni dell'adolescenza. Era estate, certo, c'erano amori in corso, le immancabili gambe tese ma non troppo forse perché le chiese le frequentavamo poco, non c'era Dante, non c'era Ariosto, non c'era festa dei cento giorni con sbronza colossale. C'erano giorni di prossimità con la fine delle certezze. Quel mondo lì, solido e sicuro stava per finire e noi lo sapevamo e prendevamo le misure per il nuovo mondo là fuori. Fingevamo di entrare in una prova di cui tutti sanno qualcosa ma noi, in quel momento esatto, non sapevamo nulla. Era un rituale vuoto, di passaggio veloce, di paraculate, di voti risicati e sgomitate delle ambiziose delle prime file. Ma non era interessante. Era interessante il senso della fine, dopo anni passati ammucchiati nelle stesse aule, negli stessi corridoi, anni su cui ci si arrampicava per imparare la vita e l'arte di arrangiarsi, anni di prove, di occupazioni, di scopate, fidanzamenti e immature infedeltà , anni in cui te la canti e te la suoni ché tanto non ti ricapiterà più, e lo sai nel pozzo del tuo cuore, anni che non ti ricapiteranno più ma lì per lì ti sembra normale, perché è tutta la vita che ti chiudono in classe con degli sconosciuti che diventeranno tuoi amici o amori o oggetti di scherno e vittime di scherzi atroci. Il destino si decide durante l'iscrizione, quando i genitori firmano e pensano di fare il meglio, migliaia di genitori che firmano nello stesso momento pensando di fare il meglio determinano gli amori, gli odi, le amicizie, i figli prima del tempo. Il destino si decide lontano da noi. E forse in quei giorni della maturità la sensazione che non ci si scrolla di dosso è proprio questa: sappiamo che è tutto finito e tutto quello che sta per accadere è ormai ineluttabile. E, inesorabilmente, accade.
Michele Rossi è nato a Città di Castello nel 1977. Vive e lavora a Milano.

