Roma, estate 1989. Il liceo era il Giulio Cesare, quello di Antonello Venditti. Ma soprattutto di uno dei bruti del delitto del Circeo. Era uscito greco allo scritto ed è stato panico in tutta Italia. In tutta Italia tranne che nella mia sezione, forse la più preparata, competitiva e spietata del Pianeta. Se il Giulio Cesare era destinato a far fiorire un altro mostro da cronaca nera, la Terza I di quell’anno offriva l’humus ideale. La versione di Platone è stata uno scherzo. E anche il tema che ora neanche ricordo. All’orale ho dovuto correggere l’esaminatore che confondeva Pascoli con Carducci. Ero un Terminator. L’importante per me (come per Mina) era finire e quando sono usciti i quadri non mi sono sentito particolarmente felice. Solo liberato, come dopo dodici anni di stitichezza.
DANIELE CASSANDRO
Daniele Cassandro, giornalista. Dopo la maturità ha passato vari mesi in Texas per poi iscriversi a Lettere giusto in tempo per acchiappare la Pantera per la coda. Il primo 19 (preso in Geografia e prontamente accettato) lo ha disintossicato per sempre dall’ansia per i voti.

