UN BRILLANTE E’ PER SEMPRE
La maturità è un concetto imbarazzante per un comico.
E’ come proporre la castità a un divo del porno.
Non che i comici si comportino per tutta la vita come degli imbecilli infantili e irresponsabili. No, si cresce, si diventa grandi e anche un po’ più responsabili. Solo che, magari, lo facciamo coi tempi un po’ sfalsati rispetto agli altri, giusto per prenderli un po’ in giro.
Io l’esame di maturità l’ho fatto ad Alessandria, al liceo classico nel 1986. Sono uscito con 39 ma la mia maturità , nel senso della preparazione, valeva qualcosa di più. Normalmente ero sulla media del sette, ma in classe facevo un po’ il difensore dei nostri diritti, assieme ad un amico, che vedo ancora e che oggi fa appunto l’avvocato. Gli anni della rivoluzione erano passati, il sessantotto era lontanissimo, eravamo ad Alessandria e non a Parigi, ma sulle merendine, i distributori di bevande e l’uso dell’aula magna per gli spettacoli, eravamo pronti a lottare senza risparmio. Questo significava avere dei conflitti con alcuni professori. In particolare, con quella di lettere che, naturalmente, alla maturità era il membro interno.
In fondo come studente non ero male, il problema è che nel periodo in cui dovevo dimostrare la mia maturità , cominciai a fare cose imbarazzanti. Allora i giornali non ne parlavano, quindi non si chiamavano “atti di bullismo”. Noi le chiamavamo semplicemente cazzate. In effetti erano stupidate. Ma non eravamo abbastanza stupidi per riprenderle e mandarle in rete, farle vedere a tutti, per poi vantarci di essere stupidi, come si fa oggi. Forse ci aiutava il fatto che internet ancora non c’era.
O semplicemente che, in quegli atti, c’era un po’ di sano ribellismo, piuttosto che la pericolosa voglia di protagonismo a tutti costi di oggi. Così le gomme sgonfiate alla macchina della prof, la scomparsa dei tergicristallo e la completa verniciatura del cofano di un colore diverso dal resto, restarono fatti incresciosi ma riservati.
Erano reazioni all’autoritarismo che non aveva più senso e che molti insegnanti non erano nemmeno più in grado di sostenere. Come quello di greco che interrogava continuamente le due gnocche della classe e i voti li dava, evidentemente, alla scollatura piuttosto che alla padronanza della lingua. Ma alla maturità i nodi vennero al pettine.
Non solo per le gnocche, anche per me.
Al compito di greco dimostrai tutta la mia maturitĂ . La traduzione, dopo dieci minuti, girava perfetta e fotocopiata tra i banchi, i servizi segreti allora funzionavano benissimo, ma io furbo, per rendere il mio compito piĂą verosimile, aggiunsi qualche errore.
All’orale, mi presero in giro persino i professori: “Parassole la traduzione dal greco ha dato questo risultato: 29 perfette fotocopie e un cretino che non è stato nemmeno capace di copiare!
Vuole dirci lei chi è il cretino?
Era una domanda facile, come inizio dell’orale, la sapevo!
Ma feci scena muta! Cercai di parlare del concetto di “Provvidenza” nei Promessi Sposi, che avevo preparato. Ma la divina provvidenza non mi aiutò e mi chiesero “La ginestra” del Leopardi.
Me la cavai. Ma, come disse quella d’italiano, non fui brillante come ci si aspettava.
Mentre i suoi cinque o sei pupilli di sempre furono, a suo parere, molto brillanti. Del resto erano abituati ad essere brillanti: erano tutti rampolli bene, figli dei migliori gioiellieri di Valenza Po.
Forse faccio il comico proprio per dispetto a quella d’italiano.
Adesso mi pagano per essere brillante!
Diego Parassole è uno dei comici più "brillanti" di Zelig.

