Cos’è rimasto di Genova 2001, dieci anni dopo?
Una memoria collettiva, una ferita aperta che riguarda molti di noi: chi c’era; chi non c’era, ma seguiva incredulo l’assurda degenerazione degli eventi; chi era troppo giovane per sentirsi coinvolto, ma oggi – a distanza di anni – si rende conto del peso storico di quelle giornate.
Nei tanti articoli di questi giorni mi ha colpito constatare quanto di buono, nonostante tutto, sia emerso da quel G8: non all’interno dei palazzi blindati dei grandi, ma nelle tematiche proposte dal movimento. Da lì e prima ancora – nel ’99 – da Seattle, si sono fatte strada, tra le altre, le grandi questioni ambientali (sull’acqua e sulle energie rinnovabili e alternative) e dell’integrazione razziale. Dispiace, per definire quel movimento di protesta, essere costretti a usare un’etichetta ormai logora: no global.
In questi anni il termine “no global” è stato usato tutte le volte che serviva una definizione comoda, di pronto consumo… Ma cosa significava, all’origine? Innanzitutto un rifiuto: della standardizzazione dei gusti e dei luoghi, dello sfruttamento dei forti sui deboli. E un’affermazione della diversità , contro la globalizzazione che comporta un appiattimento delle culture e l’imposizione di un modello unico, quello occidentale. Vero, in questi dieci anni la globalizzazione non si è certo fermata, ma è senz’altro cresciuto il senso di responsabilità – individuale e collettivo – verso questi temi. E in questi dieci anni la globalizzazione ha saputo mostrarci anche il suo lato migliore: la possibilità di comunicare ovunque, di superare i confini e le censure, di fare rivoluzioni…
Ma cos’altro è rimasto, di quei giorni? Il sangue dei manifestanti, versato per strada, nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto. La morte di Carlo Giuliani, ucciso “per legittima difesa” da un carabiniere alle prime armi, nel vero (e più tragico) senso del termine. Gli abusi commessi in un paese democratico e potente, appena entrati nel nuovo millennio.
Sono rimasti anche il disincanto e la totale sfiducia verso le istituzioni, difficilmente recuperabili.
Cosa manca, oggi? Una commissione parlamentare sui fatti, un segnale da parte delle istituzioni per ricucire uno strappo che ha segnato una generazione, la stessa – per dire – che si scontra con precariato e grandi incertezze, tutti i giorni.
Nonostante le strumentalizzazioni, le semplificazioni e le facili etichette resta però anche uno slogan, l’unico che forse mantiene la stessa forza di dieci anni fa: un altro mondo è possibile. Davvero? Forse, sì.

