I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

Non ci sono più i samurai di una volta #intervista #Cavina

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Un uomo, vecchio come l’impermeabile che indossa, si trasforma in un samurai agli occhi di un gruppo di bambini. Lo chiamano silenziato perché non ha parola ma ha un cane che abbaia per lui.

È il protagonista del racconto che Cristiano Cavina ha scritto per la Smemo 12 mesi 2014: Il samurai silenziato. 

I personaggi dei suoi libri sono i personaggi del suo paese e dei luoghi che lo circondano, Casola Valsenio, sulle colline dell’Appennino faentino. Il suo ultimo libro, Inutile tentare imprigionare sogni (Marcos Y Marcos) è uscito quest’anno. Insieme siamo tornati indietro di un bel po’.

Lo sguardo che abbiamo da piccoli rende il mondo più immaginario. Ricordi com’era per te a quell’età?
Mi sembrava epico. Era una storia inventata apposta per me, come se tutte le persone facessero cose particolari per rendermi magica la vita. I litigi in casa, mia nonna che correva dietro mia mamma col coltello, mia mamma che si lamentava con mio nonno col crocifisso, mio nonno che aveva la Vespa truccata e cadeva sempre perché non era buono a guidarla. Erano attori di un film di cui io ero l’unico spettatore. Mi divertivo moltissimo.

Quando hai iniziato a vedere le cose in modo diverso?
Forse nel momento in cui ho iniziato a scrivere, perché non le ritrovavo più.

Quando hai iniziato a scrivere?
Il mio primo romanzo l’ho scritto in quinta superiore. Avevo già la patente, facevo buca a scuola e stavo chiuso in macchina a scrivere. Il protagonista era un ragazzo cui ammazzavano il vicino di casa e doveva scoprire l’omicida. Mi era piaciuto tanto Il senso di Smilla per la neve, così ne avevo fatto una cover ambientata nel mio paese. Ci avevo messo un sacco di neve, anche se non abitavo in Groenlandia e c’erano anche un sacco di morti perché non sapevo come trovare l’assassino, allora continuavo ad ammazzare gente.

Oltre al samurai silenziato quali erano gli altri tuoi supereroi?
C’è n’erano tanti. Un uomo che girava sempre con il suo cane, Kelly, e un cappello di paglia e una sigaretta, ma il cappello di paglia e la sigaretta li portava il cane. Un giorno l’aveva anche candidato a sindaco, girava dicendo: “Vota Kelly”. Un prete bracconiere senza un dito perché l’aveva perso in una battuta di caccia. Fumava gli Avana, indossava gli occhiali da sole, beveva vino rosso e raccontava storie. Mio nonno stesso al bar, che metteva in fila 17 fiammiferi e mezzo svedesi per far vedere quant’era lunga la sua virilità. È anche difficile crescere in mezzo a questa gente, ti mette ansia da prestazione. Oppure persone mai viste, che erano morte prima che nascessi e me ne parlavano al bar, quelli scomparsi durante la guerra, Lungoni che quando era morto non se ne erano accorti perché era morto sotto il campanile e pensavano, talmente era alto, che fosse l’ombra del campanile. Tu ci credevi ciecamente, anche quando ti raccontavano di quello che rubava anatre e volava aggrappato a loro. Tutte storie che sentivi al bar. Per il romagnolo il bar è come il domicilio. Ti becchi quello da piccolo, come la squadra di calcio, poi non lo cambi più. Quando è chiuso il mio bar io non vado al bar. Negli altri bar non ci metto piede.

Come descriveresti oggi, con il tuo sguardo da adulto, il personaggio del samurai silenziato?
Era un classico anziano romagnolo, molto permaloso, incazzato nero e gli stavano sulle palle i bambini. Era sordo e aveva questa voce particolare.

I ragazzi del tuo racconto che molestano il samurai silenziato mi hanno ricordato di quando da piccolo, con alcuni compagni di classe, lanciavamo pietre contro un contadino che aveva la terra confinante con la nostra scuola. Io non avevo forza e le pietre che lanciavo finivano sempre a pochi passi da me. Qualcuno più bravo però era riuscito a colpirlo e a mandarlo all’ospedale. L’infanzia è il periodo più bello ma anche quello in cui forse siamo più crudeli. Come mai secondo te?
Sono riti profani dell’infanzia, delle liturgie sanguinose che ricordano un po’ i sacrifici dei Maya. Anche noi tiravamo i sassi a un signore che chiamavamo il porco del ponte, perché abitava vicino al ponte della chiesa. Gli gridavamo “Porco”, l’unica colpa che aveva era quella di essere diverso da tutti gli altri, era un raro caso di romagnolo silenzioso, cui non piaceva la chiacchiera. La sua diversità veniva punita anche da noi bambini. Penso sia una cosa animale, come i cuccioli che imparano a farsi i denti e a volte possono far male perché stringono senza accorgersene. Anche a me prendevano per il culo perché ero il primo bambino di Casola senza padre, ma era normale e io prendevo per il culo loro per altre cose. Ci facevamo i denti e le unghie.

In un’intervista hai dichiarato, “Ho vissuto 34 anni senza mio padre, creandomene uno nuovo, che era perfetto, che erano i personaggi dei libri che ho amato”. Quali erano questi libri?
Il Conte di Monte Cristo, i tre moschettieri, Sandokan, Cyrano de Bergerac. Se penso a mio padre, parla con la loro voce.
Erano tutti degli eroi…
Sì, ma pensavo a mio padre anche come a quello del racconto Full of life di John Fante, un muratore abruzzese trapiantato in America.

Come sei entrato in contatto con questi libri?
Non lo so nemmeno io. Sono cresciuto in una casa senza libri. Leggevo quello che trovavo in casa di mia zia, poi grazie alle mie maestre delle elementari, mi han fatto leggere sempre ciò che mi piaceva.

Che alunno eri?
Non ero cattivo, prendevo polvere. Mi piacevano italiano e storia, il resto non ci capivo niente, lo facevo perché ci dovevo andare e mia mamma ci teneva. Facevo le mie cose, disegnavo navi romane, soldati, mi svegliavo solo per italiano e alla fine riuscivo a recuperare col rush finale; quando parti con 3, se poi prendi una sfilza di 5 e di 6, ti promuovono.

Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona.
Qual è stata la tua agenda più bella?
I miei anni magici sono stati il 1987 e il 2007. Il 7 mi porta bene. Nel 1987 facevo la prima superiore e un mio amico mi aveva detto di andare subito a comprare un disco bellissimo, io non avevo mai comprato un disco in vita mia perché a Casola non c’era un negozio di dischi, mi disse Vai a comprare i Kansas Roses, io dissi Avete i Kansas Rosis?, mi risero dietro, Ma chi sono i Kansas Roses? In realtà erano i Guns N’Roses di Appetite for destruction, il disco più bello secondo me, io riuscii a prendere anche la copertina rara, poi ritirata per oscenità. Quel disco lì mi risollevava dal primo anno di scuola. Mi ricorda quando in corriera vedevo le ragazze, il primo appuntamento al quale non andai perché mi vergognavo troppo, poi la prima Apecar con la quale giravamo d’estate io e i miei amici inseguiti dai carabinieri.
Cosa è successo invece nel 2007?
È nato mio figlio Giovanni.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultimo periodo?
La mattina porto Giò a scuola, fa la prima elementare, torno a casa e rispondo alle caterve di e-mail, dimenticandomi di rispondere a quelle che servono, poi magari prendo su la macchina e vado a prendere il treno che devo essere la sera a presentare un libro, presento il libro, torno in stazione e la notte rientro a casa e vado a letto.

Il racconto è ambientato a Purocielo. Pensavo fosse un luogo di fantasia, poi andando su google maps ho scoperto che ce ne sono due. Uno in Italia, in provincia di Ravenna. E uno in Messico, sulla cartina viene indicato come El puro cielo, ed è una grande fabbrica di cioccolato. Con un particolare si cambia la realtà. Quali sono i luoghi fantastici della tua zona?
Di Purocielo ne ho parlato anche nel mio secondo romanzo, Nel paese di Tolintesac (Marcos Y Marcos). Racconto la storia di un paese magico. Ci fu anche una famosa battaglia tra partigiani e tedeschi. Di luoghi fantastici qui ce ne sono tanti. C’è La disperata, una casa sulla collina dietro Casola, si chiama così perché ci si vede. Ci si vede da noi vuol dire che ci sono i fantasmi. Nel ’52 la famiglia che l’abitava è andata via, è una casa in mezzo al bosco, se la vedi da fuori fa paura. Uno dei riti d’iniziazione è andare da soli alla disperata di notte. Poi c’è il cortile del convento dei frati dove ho passato l’infanzia, con una vite secolare che ricopre praticamente tutto. Le case popolari dove sono cresciuto, il fiume Senio, che per noi era il Rio delle Amazzoni, ci andavamo con il canotto a far finta di essere una tribù degli Indios. Sai, non hai cinema, sale giochi, non c’è niente di attrezzato, non c’è un teatro, però nasci dove si estendono boschi per chilometri, con ancora le trincee della seconda guerra mondiale dove trovi le spolette delle bombe, le scatole di tonno americano, tre anni fa hanno trovato un americano disperso. Tutto ci appariva meraviglioso.

Verso la fine del racconto dici che di gente come lui non ne nasce più. Per quale motivo? Cosa fa nascere gente così?
Il mondo era coniugato in un’altra lingua. La gente imparava l’italiano a scuola, a casa parlavano in dialetto, anche i miei nonni, il modo di parlare diverso ti espone a fare cose più buffe, divertenti, particolari. Era più selvatico. La gente era cresciuta sotto le bombe, e con la miseria più nera riusciva a conservare l’innocenza e la gioia, adesso per la minima cosa vanno tutti in depressione. La Romagna è fuori dalle tratte principali e conserva quel tratto selvatico che fa sì che le persone vangano su un po’ strambe. I più giovani non conoscono questo lato, però ci siamo noi più grandi che gli facciamo una testa così con i ricordi e magari per un po’ di tempo riusciamo ancora a farne di gente così. Però come il samurai silenziato no, non c’è n’è più.

cristiano cavina
12 mesi
12 mesi con

0 Commenti

Scrivi un commento

Devi essere registrato per potere scrivere un commento.

Hai già un account Smemoranda?

Accedi

Non sei ancora registrato?

Registrati
Advertisement