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Perdere un bottone e trovare una storia #intervista a Paola Mastrocola

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Una donna perde un bottone, per fortuna. Adora le mercerie e non vede l’ora di andarci, sono luoghi caldi che le ricordano il ventre materno.

La commessa le dice, “Io ho un figlio”. Nasce così un piccolo dialogo semplice, sotto il quale però serpeggia sempre l’apprensione per i propri figli, e per ciò che la vita può metterci davanti.

È la trama del racconto Figli e bottoni, scritto per la Smemo 12 mesi 2014, da Paola Mastrocola, autrice, fra gli altri, de La Gallina volante (Guanda) e Non so niente di te (Einaudi).

Alla fine del racconto c’è un’informazione che mi ha incuriosito, “Scritto nel 2002”. Cosa ricordi di quell’anno?
Non mi ricordo niente del 2002. Faccio sempre molta fatica a distinguere un anno dall’altro, per me è tutto un unico nastro indistinto. Posso solo dire che mi sentivo appena nata: come scrittrice compivo due anni, e mi sembrava incredibile che qualcuno mi chiedesse di scrivere un racconto. A 46 anni, avevo passato la vita a non riuscire a pubblicare quel  che avevo scritto, e adesso di colpo il mondo si capovolgeva.

Com’è nata l’idea del racconto, e come mai hai deciso di specificare la data?
Visto che ora che il racconto è nell’agenda del 2014, mi sembrava giusto dire che è vecchio. Oggi tutto deve essere nuovo, appena fatto; ogni cosa invecchia all’istante e si butta. Invece forse ha senso riprendere, far durare… Mi pare di ricordare che l’idea del raccontino mi venne davvero in un negozio, dove una signora raccontava di suo figlio e io pensavo: vedrai che adesso sfodera qualche tremendezza, e io non voglio sentirla. Qualcosa del genere. La merceria ce l’ho messa dopo, perché io amo davvero le mercerie…

Il tempo passa per tutti, anche per le parole. Rileggendo oggi Figli e bottoni cambieresti qualcosa?
Forse non lo scriverei più. Allora ero più spensierata e libera, potevo scrivere di qualunque cosa, anche di minuzie…. Oggi mi chiedo sempre se le storie che racconto meritano di essere raccontate, se ne vale la pena, se vogliono dire qualcosa… Non va bene, dovrei pensare meno e buttarmi di più. Che abbia perso la giovinezza?

La protagonista dice: “L’altro giorno ho perso un bottone. E quindi ho avuto la fortuna di entrare in una merceria”. Mi fa pensare che a volte siamo soliti fare dei gesti per tranquillizzarci. A me personalmente viene istintivamente da preparare con molto anticipo le monete per il biglietto del tram e durante il tragitto me le rigiro ansiosamente fra le mani.  Quali sono i gesti che ti tranquillizzano?
Andare al bar, sedermi a un tavolino fuori con un caffè e guardare la gente che cammina.

Quali sono invece i luoghi buoni, che tu reputi in qualche modo femminili e materni, come la bottega di merceria? C’è uno in particolare in cui ti rechi?
Le cartolerie. I grandi negozi che vendono quaderni, penne, bigliettini, pinzatrici, puntine da disegno, agende, calendari, gomme e temperini, evidenziatori, fogli… Mi ci perdo. E compro sempre qualcosa, mi sembra che mi porti bene.

Dietro la storia di una donna che perde un bottone, c’è la storia dell’apprensione che questa nutre per il proprio figlio. “Vorremmo una vita non così vissuta”, pensa. Fatta non di sensazioni forti ma di sensazioni deboli. Non sono però proprio le cose inaspettate, e spesso traumatiche, della vita che permettono di crescere e diventare adulti? Se tutto finisce bene, forse tutto finisce.
Non so, a me piacerebbe che tutto rimanesse sempre com’è. Fermo, immobile, come una foto scattata una volta per tutte. Ho orrore di ciò che si muove, che muta. Forse perché, a questa età, mi fa paura il tempo…. Inoltre siamo bombardati quotidianamente da notizie forti, volutamente esagerate; siamo iperstimolati; e continuamente forzati ai reagire, emozionarci, scandalizzarci, indignarci. La vita invece è anche nelle pieghe, negli anfratti in ombra, nei laghi perfettamente calmi.

Oltre a essere scrittrice, sei anche insegnante. Ricollegandomi all’anno in cui hai scritto il racconto, 2002, da allora come ti sembrano cambiati i ragazzi?
E’ passato un secolo, dal 2002! Allora era solo l’inizio dello sfascio, oggi la scuola è quasi totalmente smantellata. I ragazzi non hanno più voglia di studiare, non sanno perché dovrebbero farlo, e per giunta hanno intorno un mondo infinitamente più allettante e facile: stanno appesi ai loro schermi, tastiere, video; hanno una vita comoda e vuota, in cui la scuola davvero non ha più molto senso.  

Che alunna eri?
Ero un’alunna brava, studiosa e molto timida. Arrossivo sempre, soprattutto se mi lodavano. A volte mi è capitato di essere la prima della classe, e allora mi sentivo molto a disagio. Il fatto è che mi piaceva studiare, leggere e scrivere. Tutto lì. Il massimo era quando i miei se ne andavano e io rimanevo sola: per esempio, negli anni delle medie, la domenica la passavo a leggere Leopardi e poi a buttar giù poesie che assomigliassero alle sue, una dopo l’altra, tristissime. Orrende, naturalmente.

Ricordi il momento in cui hai deciso di diventare insegnante, e quello in cui sei diventata scrittrice?
Non ho mai deciso di diventare insegnante. Volevo fare la scrittrice, il mio mito era Natalia Ginzburg. Ma non lo dicevo a nessuno: scrivere non era un lavoro, e i miei avevano bisogno che io mi trovassi un posto e guadagnassi uno stipendio. Mio padre mi diceva sempre: così un giorno avrai la pensione. Povero papà, se sapesse cosa sta succedendo…!
Ho cominciato a scrivere a nove anni, e non ho più smesso: per cui ho un po’ la sensazione di esser diventata scrittrice senza accorgermene e senza deciderlo, un po’ come se lo fossi già e si trattasse solo di crescere, e aspettare il momento buono per uscire dalla tana.

Quando è arrivato il momento buono?
Avevo già pubblicato un sacco di libri dal 1991 al 1998 (libri di critica letteraria e libri di poesia), ma erano tutti libri nati morti: pubblicati da case editrici oscure, per addetti ai lavori, libri che non circolano, che  nessuno vede. Poi scrivo La gallina volante e lo mando in giro (per tre anni!) agli editori. Invano. Nessuno legge, quasi nessuno risponde. Nel 1998 intanto faccio il concorso per professore associato: è l'unico concorso che, ormai a 42 anni suonati, oso tentare per iniziare la carriera accademica... e lo perdo clamorosamente (il posto non era destinato a me...). Ero disperata. Allora tento l'ultima carta: mi cambio nome e mando il manoscritto della Gallina al Premio Calvino per l'inedito. Lo vinco, è il 1999 e la mia vita cambia: incontro Luigi Brioschi, di Guanda, che mi pubblica nel 2000. E da allora tutti i muri della mia vita, come per incanto, crollano e tutte le porte chiuse si aprono.

I titoli dei tuoi due saggi, "La scuola raccontata al mio cane”e “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare”, mi han fatto pensare, da ex-alunno, che a scuola bisognerebbe istituire una nuova ora. L’ora del quel che vuoi tu, si potrebbe chiamare. Ogni studente ha a disposizione un’ora a settimana per salire in cattedra e raccontare una sua passione. Ciò che gli piace fare, o gli piacerebbe fare. Anche niente, e allora si sta tutti in silenzio a fare niente per un’ora. Oppure a uno piace cucire bottoni, e tutti s’impara a cucire bottoni. Pensi possa essere un’utopia realizzabile?
Cucire bottoni in classe mi piacerebbe molto! Se la scuola fosse un’alternanza di lezioni teoriche (difficili e concentrate!), di sport, di passatempi e… di passioni condivise, sarebbe meraviglioso! Ma dovrebbe restare aperta tutto il giorno, e essere un luogo bellissimo: non questi edifici di cemento triste, che sembrano pensati per farti passare la voglia di tutto!

Quali sono stati i tuoi libri di testo, quelli fuori dal programma scolastico, che ti hanno formata?
Mi sono formata sui libri francesi perché avevo una meravigliosa insegnante che ce ne parlava sempre,  senza mai dirci di leggerli! Ce ne parlava e basta, e io correvo a prendermeli in biblioteca: Gide, Sartre, Camus, Colette, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire… I poeti, soprattutto i poeti! Anche italiani: Montale, Ungaretti, Quasimodo. Ma anche Pavese, Tolstoj, Pirandello, Svevo, Flaubert, Proust…

E se invece pensi ai tuoi alunni, quali sono i testi che riescono a cogliere di più la loro attenzione? Io ricordo che nascondevo un libro a mia scelta in quello di testo, così mentre l'insegnante spiegava cose che non m'interessavano, io seguivo la mia lezione personale.
I ragazzi leggono poco e di malavoglia. Semmai leggono fantasy, thriller, horror. Ma è molto dura convincerli a leggere certi classici, anche recenti: autori come Pavese, Pirandello e lo stesso Calvino non  dicono più niente, i ragazzi non sanno come leggerli, li trovano “noiosi”, e io mi sto chiedendo se insistere o lasciar cadere…. Solo i testi che leggiamo insieme in classe funzionano, allora lì stanno attenti e sembrano davvero molto interessati e coinvolti. L’epica antica comunque regge alla grande: Iliade, Odissea e Eneide. E anche i famigerati Promessi sposi non vanno poi così male…

Sempre la tua protagonista dice, “Questo nostro tempo adora la comunanza, la piazza, il corteo, il raduno, insomma tutto ciò che sa di stare in tanti”. Mi sono fatto l’idea che meno ci si integri a scuola, da piccoli, e più da adulti si riesca a coltivare una propria individualità, a essere un coro di una sola persona. Che fine fanno i primi, o gli ultimi, della classe nella vita vera?
Continuano a cantare da soli, per fortuna.

In un’intervista da Fabio Fazio hai detto, riguardo ai “paesi arrivati”: “Perché non ci fermiamo? Non si può crescere a dismisura. Anche gli alberi si fermano”. Mi sembra ricordare l’atmosfera della merceria, della tranquillità, dello stare in casa e del ritrovare certi luoghi, come appunto le botteghe, che non ci sono più. Come si fa a fermarsi? Come si fa ad ambire meno?
Basterebbe ambire semplicemente alla felicità, senza tanti altri costrutti mentali: pensare a cosa ci fa star bene, al luogo dove ci piace stare, al lavoro che davvero è più consono alla nostra natura, a ciò che sentiamo di essere; e quindi lì fermarsi, nell’attimo presente, dentro la cosa che si sta facendo, senza obiettivi esterni, fuori da noi, fittizi, illusori (come la ricchezza, il prestigio sociale e altre sirene di questo genere…).

Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona. Qual è stata la tua agenda più bella?
Io uso molto l’agenda. Ogni anno la scelgo con cura, della forma giusta, di un colore che m’ispiri, quasi dovesse farmi da talismano. Scrivo ogni giorno quel che faccio, con l’ora precisa. E le conservo tutte, da quando avevo quindici anni. Le agende più belle sono due: quella del 1986, quando ho incontrato Luca e cinque mesi dopo l’ho sposato, e quella del 1988, quando è nato nostro figlio.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultimo periodo?
Ma sì, a caso. Prendo l’agenda e apro al 22 novembre: h. 9 tagliare capelli, h. 11 in biblioteca, h. 14, 30 a scuola per Consigli di classe, al ritorno spesa al super. Giornata normalissima. Il meglio che si possa desiderare, no?

12 mesi
12 mesi con
Paola Mastrocola
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