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Strenne d'Alligatore 2015

di L'Alligatore
| Show | Musica | Dalla palude dell'Alligatore | 0 commenti

I migliori dischi dell'anno

La Maison, Vaine House

Grande annata per La Famosa Etichetta Trovarobato, sempre attenta a cosa succede nel sottobosco italico più vivo e acido. Vivo e acido lo è veramente questo quintetto di pazzi toscani in soggiorno (non certo obbligato) nel quartiere londinese di Vaine House, famoso per essere stato teatro delle gesta di Jack Lo Squartatore. Qui hanno trovato personaggi e storie per un disco d’esordio, dieci simpatici pezzi di folk-punk-rock tzigano stile Gogol Bordello.

Fisarmonica, ritmo saltellante, voce cavernosa, “Devil” apre bene, facendo intuire che il disco ci piacerà, come la seguente “Zingaraje”, felpatamente sognante tipo una canzone di Tom Waits, e come “Frankie”, pezzo più diretto, nel cantato come nei violini sotto un piano inesorabile. E siamo solo a tre. L’album continua così, senza mai annoiare, avendo come punte estreme “Richmond”, brano stratificato e dai gran fiati, “Sarajevo”, danzereccia canzone balcanica con la fisarmonica ancora protagonista, “Parada”, colorato rock folkettaro gioioso/giocoso.

Registrato da Taketo Gohara, prodotto da Enrico Gabrielli, “Vaine House” è uno degli esordi più sorprendenti dell’anno. Ascoltate la mia coda, scrivete questo nome sulla vostra nuova agenda (Smemoranda, ovvio).

La Maison, Vaine House – Trovarobato/Audioglobe, 2015

https://www.facebook.com/lamaisonorchestra

"In palude con La Maison"sul Blog dell’Alligatore

 

C+C = Maxigross, Fluttarn

Finalmente è arrivato il nuovo disco in studio della band dal nome strano e dalle attitudini musicali ancora più strane (in senso positivo, s’intende), il terzo del loro breve ma intenso percorso. “Fluttarn” chiude idealmente una personale trilogia: è l’ultimo registrato ad alta quota, nella base-studio in Lessinia, magica montagna veronese da loro resa ancora più magica. Questo titolo sta a significare che i C+C andranno a fluttuare più in alto … e più in largo.

Abituati a suonare live non solo in Italia (dovete sentili almeno una volta nella vita), con “Fluttarn” hanno a disposizione un concentrato acido di rara potenza da eseguire e rieseguire. Dieci pezzi autenticamente dilatati/dilatanti, che ci riportano all’età d’oro del genere, in un tempo e in uno spazio imprecisato tra gli anni ‘60 e ’70. Dal breve intro con coretto suggestivo ai sette minuti e passa della conclusiva “Rather Than Saint Valentine’s Day Part III”, si respira a pieni polmoni pop lisergico. Pepper’s-iani in “Every Time Liste To The Stones”, con ospiti di grido in più di un pezzo, tipo Håkon Gebhardt (Motorpsycho) e Kjell Olav Karlsen Martinsen nella splendida “Est 1973”, o la chitarra cosmica di Miles Cooper Seaton in ben tre pezzi …

Finito il cd ti viene voglia di rifarlo partire a volume ancora più alto e fluttuare in volo nel magnifico poster interno, evoluzione naturale della copertina. C+C = Maxigross, la psichedelia oggi in Europa … a stare stretti.

C+C = Maxiross, Fluttarn – Vaggimal/Trovarobato/Audioglobe, 2015

https://www.facebook.com/cpiucugualmaxigross/

"In palude con i C+C=Maxigross"sul Blog dell’Alligatore

 

Drunken Butterfly, Codec_015

Drunken Buttefly ancora una volta all’attacco … questo mi piace della band marchigiana: fregarsene delle mode, portare avanti idee, puntare in alto suonando la propria musica (e di chi altri?). Con “Codec_015” proseguono il discorso iniziato con il precedente “Epsilon”, cioè quello di fotografare la nostra società ad una velocità pari alla critica sociale. Dentro ci sono scazzi, ricordi, riflessioni in tempo reale.

L’album mi piace tutto, è un lavoro da “prendere o lasciare”, ma tra i nove brani ne ho trovato alcuni più significativi: "L'America", per il testo che racconta le malefatte degli Usa con un durissimo rock elettrico, "Genova", pezzo dal gran ritmo e le giuste parole per non dimenticare un momento formativo, violentemente formativo per la nostra generazione, "Nervi", la canzone più "costruita", più riflessiva (ma con staffilate elettriche indelebili) sulle nevrosi del nostro tempo, la strumentale "Coltelli" e "Sete", chiusura incandescente del disco con un altro bel testo da mandare a memoria.

Martellante, cupo, senza compromessi. Il disco per ricominciare a svolazzare, dopo essersi resi conto di aver toccato il fondo. Ci voleva proprio una farfalla ubriaca per farlo.

Drunken Butterfly, Codec_015 – Black Fading/Audioglobe, 2015

http://www.drunken-butterfly.com/

"In palude con i Drunken Butterfly"sul Blog dell’Alligatore

 

Elias Nardi Group, Flowers of Fragility

Mi piace la copertina e l’idea di musica dietro, mi piace che sia stato ispirato a una visita a cimiteri della Prima guerra mondiale nelle Fiandre Occidentali, come monito sempre vivo contro tutte le guerre, mi piace l’esecuzione, mi piace gli strumenti poco sentiti (bandoneon, viola d’amore a chiavi, oud …), mi piace “Flowers of Fragility”.

Difficile, se non impossibile, scindere il disco in singoli pezzi, esso va ascoltato tutto, anche se ci sono dei momenti più suggestivi, che restano maggiormente impressi. Di sicuro la title-track posta in apertura, poetico riferimento ai fragili fiori delle tombe dei giovani soldati morti in guerra, brano di sette minuti, intenso come musica da film proletario e impegnato anni ’70. Sulla stessa lunghezza d’onda “Riflessioni”, per l’andatura della melodia, avanti piano, inesorabile, come del resto “Il dono”, con strumenti a corda in evidenza e la fisarmonica tedesca da pelle d’oca, “Sine nomine”, per chiudere il cerchio come si era aperto.

Bello sapere che in giro per l’Europa c’è questo quintetto fuori dagli schemi, produttore di musica viva, incontro di Storia, geografie lontane, strumenti che si fondono e confondono nel nome delle diverse arti. Tutto questo e altro ancora in “Flowers of Fragility”.

Elias Nardi Group, Flowers of Fragility – Visage Music/Materiali Sonori, 2015

http://www.eliasnardi.it/

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Filippo Cosentino, L’astronauta

Niente avventure nello spazio, non fatevi fuorviare dal titolo, piuttosto qualcosa di umano, molto umano, come la nascita della figlia Prisca. È lei l’astronauta del titolo, così l’ha vista papà Filippo Cosentino: ruotante nello spazio (per lei) infinito della pancia della mamma. È nato così un disco intimo e allo stesso tempo ampio.

Nove tracce di jazz vivo, con chiaroscuri che lo rendono interessante a ogni ascolto. Luce nel pezzo d’apertura quale “Meditteranean clouds”, con dentro tutta la musica del nostro mare (chi conosce storia e geografia sa che è tanta e si mischia bene), buio in “Nessie”, brano semplice e diretto in apparenza, ma in realtà dall’intelaiatura complessa alternando metri diversi alla Pat Metheny, luce in “L’astronauta”, inevitabilmente cullante e circolare, buio in “More than times”, la più acidamente free-jazz del mazzo … e via così. Menzione speciale a “Inside the blue”, con la chitarra di Cosentino che prende il volo e tutto sa di festa.

Suonato insieme ad Andrea Marcelli, Antonio Zambrini e Jesper Bodilsen, con i nomi correttamente stampati sulla bella copertina, è un altro pezzo di strada del jazzman italiano Filippo Cosentino. Continuiamo a seguirlo …

Filippo Cosentino, L’astronauta – ERL/IRD, 2015

http://www.filippocosentino.com/

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You Are The Cake, You Are The Cake

You Are The Cake sono una coppia proveniente dalla provincia di Asti formato Caterina (voce) e Stefano (chitarra, basso, drum machine). Per anni sono stati My Foolish Heart, duo rock ammantato di psichedelia. Ora, partendo dal presupposto che i tempi sono cambiati, hanno deciso di fare musica meno morbida, con più ritmo e idee strettamente personali. Rock elettronico con le radici sprofondate negli anni ’80 (da The Smiths a XTC).

Questa prima loro uscita ufficiale è contraddistinta da quattro pezzi propri più una cover (“London”, degli Smtihs, appunto). La cosa che colpisce di più è la voce, originale, mai uguale a se stessa, androgina. Forte e decisa nella danzereccia traccia iniziale, si rivela sensuale nella seguente “In the Pocket”, può curarvi dai primi freddi invernali nella viscerale “Aerial Little Boy”, si mette al servizio totale della canzone, come un qualsiasi altro strumento musicale in ”Young Old Man”. Nella cover citata non fa per niente rimpiangere Morrissey.

Primo ep di una serie di tre (il secondo nel frattempo è già uscito), vuole rappresentare una via autarchica e libertaria alla produzione musicale di casa nostra. Da apprezzarne il coraggio, ma non solo …

 

You Are The Cake,You Are The Cake – Autoprodotto, 2015

http://youarethecakeband.blogspot.it/

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ifsounds, Reset

Ti rimane dentro per molto dopo averlo ascoltato “Reset, ritrovandoti a canticchiare alcuni versi delle sue canzoni. Quella degli ifsounds, band molisana di forte acidità e potenti alchimie, è infatti musica coinvolgente. Con le sue trame sonore d’origine progressive, è capace di catturarti il cervello, per certi suoni e per certe parole, e arrivare, per vie misteriose, alla tua voce.

Hanno fatto bene a scrivere canzoni anche in italiano, “resettandosi” come band dopo cinque dischi cantati in inglese da diverse voci femminili. Ora hanno il cantate dalla gran voce e si possono considerare più “band”.

Da “Sono nato due volte”, ottimo manifesto del loro nuovo corso a “La marea”, divertente/divertito rock ribelle, si viene letteralmente presi dall’if-sound. Canzoni come “Laura”, sognante folk chitarristico con strepitoso violino, “Svanisco nel blu”, romantico voce/chitarra con tastiere taglienti e tutto il gruppo dentro, “FR9364”, rock psichedelico dal gran ritmo, sembrano dei classici del cantautorato italico da Fossati a Finardi.

Molto bello anche l’aspetto grafico dell’album, a partire dalla copertina in movimento, disegnata dalla pittrice Fabienne Di Girolamo: strumenti, auto, case e persone sembrano ruotare attorno ad un punto, come un disco che gira. La sensazione è ancora più palpabile, se guardate lo stesso disegno riportato anche sul cd stesso mentre gira nel vostro lettore …

ifsounds, Reset – Melodic Revolution Records, 2015

http://www.ifsounds.com/

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Airway, Aldilà

Copertina simpatica, tra le più simpatiche del 2015: due asinelli che si baciano, teneri, appassionati, immagine dal sapore alternative, come la musica della band trevigiana. Gruppo giovane, che con questo disco ha festeggiato ben dieci anni di attività, dieci anni di autentico rock delle indie italiche.

Aldilà” è il disco della maturità, album tra il sacro e il profano, onesto rock sotto forma di undici semplici canzoni. Dalla diretta e a tratti sfrontata “Tutto bene” alla conclusiva “Maya”, dal passo deciso ed esotico quanto il titolo, si prende parte al viaggio interiore degli Airway, che hanno dedicato tempo e molta attenzione nella realizzazione dell’album.

Gli episodi più veri e forti appaiono gli strumentali “Cactus” e “Aldilà”, dove, oltre agli archi dell’ormai iconico Nicola Manzan, sono presenti Tabla e Flauto Bansuri, cioè percussioni e flauto della musica sacra indiana. Sul lato occidentale mi è piaciuta molto “L’occhio di chi finge”, rock duro, nel cantato come nel testo (e sottotesto) con molte cose dentro.

Fin dal primo ascolto del disco, mi è sembrato di vedere quei due asinelli mentre volano nel cielo. Effetto divertente e serio al tempo stesso, perfetta metafora del viaggio mistico compiuto dagli Airway con “Aldilà” … andata e ritorno.

Airway, Aldilà – Irma Records/Warner Chappell Italia, 2015

http://www.airwaymusic.com/

"In palude con gli Airway" sul Blog dell’Alligatore

 

Enrico Bosio, Il gran rifiuto

Enrico Bosio è il cantante e chitarrista del gruppo pop-rock genovese En Roco (e anche dei BOSIO), da sempre apprezzato e seguito da me. Mi ha sorpreso scrivendomi qualche mese fa di questo suo nuovo progetto autarchico, fatto di pezzi scritti e cantati in perfetta solitudine, proposti in un unico concerto e non commercializzati tramite un cd.

Bosio ritiene questi pezzi come dei rifiuti, cose da cassonetto (da qui titolo e copertina, con lui stesso infilato in un vecchio sacco dei rifiuti, quelli neri, banditi pure dalla nuova raccolta differenziata). In verità sono nove pezzi di pop-rock cantautorale molto buoni, tra i migliori scritti dall’artista ligure. Hanno il fascino delle cose fatte senza doppi fini, privi di controlli dall’alto. Grezzi, liberi, autentici.

Tra i miei preferiti metto “Padrone”, pezzo punk-rock “politico”, il Bosio più impegnato di sempre (è ispirato a “Uno dei tanti” de i Frammenti, storica band punk-hardcore torinese), poi “Il porco di mare”, forte chitarra/voce con ironici giochi di parole a partire dal titolo, “La chiave del muro”, elettrico e intimo, tra Bennato (Edoardo) e Vasco (Brondi), “L’idiozia fa parte di me”, manifesto programmatico con soave ironia alla Gaber (sì, proprio lui).

Il disco è comunque tutto da ascoltare … frugate in Rete.

 

Enrico Bosio, Il gran rifiuto – Autoprodotto, 2015

https://www.facebook.com/bosioband/

"In palude con Enrico Bosio" sul Blog dell’Alligatore

 

Suz, Lacework

Lacework”, vale a dire merletto, ricamo, quelli che compaiono all’interno dell’elegante cartonato, arricchendo questo già prezioso album. Sono dei lavori fatti dalla nonna materna di Suz e donano al disco una certa nostalgia per il passato, le cose buone di una volta create artigianalmente. Così è “Lacework”, canzoni nate dalla mente di Suz, assieme al fido Ezra, tra la sua casa in via del Pratello a Bologna e l’isola thailandese di Koh Tao, il loro studio a Torino e le strade di Brixton.

I miei ricami preferiti sono: “King of Fools”, dal passo suadente, una melodia incantevole e la voce in estasi (ti ci porta pure …), “Anthemusa”, classico alla Suz più ipnotico-chimica, “Lethe”, altro pezzo molto suo con tastiere a dettare il ritmo. Apre con “Billie”, solenne (nel suono come nelle voce) omaggio alla Holiday, chiude con “Still Water”, dove c’è il titolo del cd e si possono udire suoni nuovi.

Terzo lavoro per Suz, questa volta targato Irma Records. Incontro che pareva scritto, inevitabile: la regina del trip hop italico e la sofisticata label di Bologna riconosciuta internazionalmente nel settore. Ci faranno ballare bene.

Suz, Lacework – Irma Records/Self, 2015

http://www.shapeofsuz.it/category/home/

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Emmanuelle Sigal, Songs From The Underground

Songs From The Underground”, canzoni del sottosuolo, come “Memorie del sottosuolo, di Fëdor Dostoevskij, al quale il disco di Emmanuelle Sigal, francese giramondo, è liberamente ispirato. Storie personali si mescolano senza soluzione di continuità in questo album, con storie inventate, aneddoti, racconti o tic di altri grandi nomi della letteratura e dell’arte, da Bukowski a Jacques Brel.

Ogni brano è un incanto di citazioni e rimandi, e tutti insieme fanno un’opera originale. L’apertura “Blues train”, storia surreale di un uomo che viaggia da un treno all’altro con una valigia legata al piede, cercando di fuggire dalle routine della vita (molto Tom Waits), è il mio pezzo preferito. Molto belle anche “Deep cold sea”, omaggio all’amore libero, ispirata a Brassens, “All i ever wanted”, jazz esotico alla Lounge Lizards, e sopra tutte “My ass between two chairs”, geniale dialogo con Bukowski, che la Sigal cerca di convincere che per conoscere il paradiso non serve morire (ma poi sembra poco convinta lei stessa).

A fine intervista sul mio blog mi ha detto: “i francesi hanno scoperto Paolo Conte, ora è il turno degli italiani scoprire una francese, scoprire Emmanuelle Sigal.” Sacrosanto! Nel mio piccolo, spero di aver fatto la mia parte perché ciò accada.

Emmanuelle Sigal, Songs From The Underground – Brutture Moderne, 2015

https://it-it.facebook.com/EmmanuelleSigalEnsemble

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She Owl, Animal Eye

Prova a pensare come un gufo, ha detto Demian a Jolanda prima dello scatto che compare sulla copertina del loro disco. E lei lo ha fatto alla perfezione, per questa foto, come per tutte le canzoni che compongono “Animal Eye”, album dal battito animale: sognante e selvaggio, per nulla disneyano o antropomorfo, invita a riconoscere l’animale che è in noi.

Tutte le canzoni sono così naturali, ma quelle dove l’elemento bestia si sente maggiormente sono “Wolf Tale”, brano che sale piano, sembra quasi prenderti alle spalle, in un bosco, “After Dark”, onirica e melanconica, comunica in modo intenso a partire dalla voce di Jolanda, “Animal Animal”, per il suo ritmo intrinseco, “Dream Walk”, pezzo brumoso, senza tempo, con un basso molto presente. Menzione speciale a “Nanna”, sussurrata e cullante come a volte l’animale vuole essere cullato.

She Owl, duo italiano svolazzante nella dimensione internazionale, sempre in giro a suonare, dalla Spagna alla Germania, alla Francia, alla “loro” San Francisco, è da prendere possibilmente vivo, anche se non è facile: poche esibizioni in Italia, tra la trentina di date in programma per presentare “Animal Eye”. Ed è una sfortuna per noi, musica così, va sorbita viva, anche se su disco, fa la sua porca figura. Tra le più importanti uscite dell’anno.

She Owl, Animal Eye – Broken Toys, Bekassine Records, Rockers die

younger, 2015

http://www.she-owl.com/intro.php

"In palude con She Owl"sul Blog dell’Alligatore

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