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Le strenne dell'Alligatore 2016

di L'Alligatore
| News | Musica | Dalla palude dell'Alligatore | 0 commenti

Il meglio della musica italiana dell'anno passato

Bologna Violenta, Discordia

Discordia”, disunione degli animi e delle volontà: discordia fra i parenti, conflitto, inimicizia, rivalità, avversione, ostilità, disaccordo, disarmonia, dissidio, accordo, armonia, concordanza, concordia … leggendo il significato dal Treccani. Il quinto album di Bologna Violenta segue questa traccia, esprimendo il disagio di vivere in questa società della discordia con il ritmo e le tensioni giuste.

Sedici pezzi che non lasciano indifferenti, sedici pezzi senza un momento di tregua. “Incredibile lite al supermercato” rende bene l’idea, ironico noise con le sviolinate di Manzan a dare la direzione, ma anche “L’eterna lotta tra il bene e le macchine” dal gran ritmo, un autentico spezza-coda. Gran vibra in “Chiamala rivolta”, rock duro come il titolo lascia intuire. Ottimo il brano di apertura “Sigla di telefilm”, che sembra un classico al primo ascolto, ottimo quello che chiude il disco “Colonialismo”, scritto da Honeybird.

Copertina impressionante (è il fotogramma preso da un telegiornale locale sull’incidente ferroviario di Crevalcore), forte e autentica come tutto il disco. Per la prima volta Manzan si fa accompagnare da un batterista vero (Alessandro Vagnoni), invece di basi ritmiche dal pc, e questo dona più freschezza/immediatezza a tutto l’album. Una piacevole novità, senza perdere la rabbia di sempre …

Bologna Violenta, Discordia -Overdrive/DischiBervisti/Goodfellas 2016

http://www.bolognaviolenta.com/

"In palude con Bologna Violenta" sul Blog dell’Alligatore

 

Carlo Martinelli, Caratteri mobili

Un Ep con il carisma di un lungo, questo appare ad ogni ascolto “Caratteri mobili”, importante prova solista di Carlo Martinelli, tra i titolari della punk band romana dei Luminal, da sempre molto apprezzata su questi schermi. Qui Martinelli si presenta come voce cantautorale, imbraccia la chitarra (sia acustica, sia elettrica), e ci canta le sue storie accompagnato da un bel gruppo di musicisti.

Storie d’amore, essenzialmente, tra sarcasmo e dolore. Tipo “Un banale fatto di cronaca”, cantautorato alla Battisti, che apre il disco, tipo “1984”, finale cd lento, nostalgico, psichedelico con una chitarra a costruire il classico muro del suono, una goduria sotto forma di parole e musica. In mezzo le notevolissime “Andiamocene a Taiwan”, pop-rock debitore di Lou Reed, con un testo d’amore di sublime ironia e “Cos’era che volevo dire?”, ancora ironia a piene mani, una chitarra giocosa e un testo ermetico surreale. Breve ma intensa “Nella bocca del leone”, testo duro e gran ritmo.

Caratteri mobili” rappresenta un bell’esempio di come si possa dire molto con poco. Martinelli, oltre alla sua voce/chitarre, ha accanto un sacco di musicanti, capaci di arricchire ulteriormente la sua verve: archi, tromba, sax, il moog di Gianluca Lo Presti, tra i produttori dell’Ep assieme al cantautore romano. Bravi, bene, bis!

Carlo Martinelli, Caratteri mobili – Area51 Records, 2016

https://www.facebook.com/plasticonomartinelli/

In palude con Carlo Martinelli sul Blog dell’Alligatore

 

Stella Burns and the Lonesome Rabbits, Jukebox Songs

Jukebox Songs” è un disco di cover, che Stella Burns e i suoi pards hanno voluto fare dopo una serie di concerti di presentazione del disco d’esordio. Canzoni lontane nel tempo e nello spazio, ma che nelle loro mani sono diventate omogenee, dei classici del folk-rock più intimo e sofferto. Stella e i Conigli Solitari, con affiatamento e spregiudicata forza, sono riusciti a creare qualcosa di veramente magico, un disco che non stanca mai …

Mino Reitano tradotto in inglese accanto ai Radiohead di “Lucky” (da pelle d’oca l’intro di piano), l’ennesima versione di “Louie Louie” mai così acida, il Choen di “Bird on the Wire” tradotto poeticamente come di più non si può, Pietro Ciampi che sembra Roy Orbison, “Pamela” di Little Tony poco prima del vertice sonoro dell’album (per chi ascolta): “Wash” dei Calexico, con mandolino, harmonium, bottiglie di birra … finale in siciliano, “La ballata di Carini”, con la quale il livornese Stella Burns ritrova le sue radici.

Chitarre, piano, banjo e mandolino, organi (caldi) in gran quantità, una bella voce calda e carezzevole per dare vita a dieci classici senza tempo. Alcuni lo erano già, altri lo diventeranno grazie a questo gran disco. “Jukebox Songs”, un disco che riscalda e diverte. Lo stesso divertimento, credo, provato da questi geniali musicanti nel suonarlo … lo facciamo ripartire!

Stella Burns and the Lonesome Rabbits, Jukebox Songs – Love & Thunder, 2016

https://www.facebook.com/Stella-Burns-229488323756829

"In palude con Stella Burns and the Lonesome Rabbits"sul Blog dell’Alligatore

 

Barro, Miocardio

Delizioso disco senza tempo per il brasiliano Barro, con co-produzione e promozione italica (la solita benemerita ABuzzSupreme), oltre che sua. Già leader della Bande Dessinee, l’artista di Recife ha voluto provare a fare un disco solista, anche se proprio solo non è; accanto a lui un sacco di artisti del suo paese con i quali voleva lavorare da anni, e ben cinque cantanti, che cantano nella loro lingua: dal francese al portoghese, dall’inglese allo spagnolo allo stesso portoghese di Barro e all’italiano della nostra Serena Altavilla.

In apertura e chiusura c’è “Vai”, pezzo simbolo dell’album, invito a provare nuove strade: magico, scatenato, sexy, dalle suggestioni sixty (nella seconda versione la Altavilla duetta in italiano). “Miocardio” è una title-track perfetta con voce soave e gran vibra, “Despetalada” un Nick Drake fatto in Brasile, oggi, tale è intimo e malinconico, con tanto di archi, “Volver” una canzone senza tempo cantata piacevolmente a due voci (l’altra è la colombiana Catalina Garcìa). Duetto splendido anche per “No era”, con Lisa Moore, e “Nouvelles Vagues” con Juçara Marçal.

Miocardio” è un giocare con le parole, per espressa idea del giovane Barro. Con questo suo esordio ha voluto offrire il suo cuore, parlando in modo diretto e aperto delle cose che fanno battere il nostro organo cardiaco. Curato nei minimi dettagli, mi piace a partire dalla surreale copertina, opera del geniale artista brasiliano Laurindo Feliciano.

Barro, Miocardio – ABuzzSupreme/BarroMusic/Audioglobe, 2016

https://www.facebook.com/barrooficial/

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Cani dei Portici, Due

Seconda uscita discografica del duo bolognese di canino post-rock-core, sinteticamente intitolato “Due”, per rivendicare una semplicità di fondo, unita alla capacità di andare diritti al punto in un crescendo di decibel e rumori. Passati da tre a due componenti, i Cani dei Portici, dopo una sfilza di concerti e partecipazioni a festival, si sono messi a ragionare su di un nuovo disco scritto e suonato a due mani, Demetrio Sposato (batteria), Claudio Adamo (chitarra/voce). È uscito “Due”, concentrato emotivo ad alta gradazione alcolica.

Dal breve “Intro” posto all’inizio (sempre diretti i due), al pezzo conclusivo, è tutto un tentare di tenere ferma la mia coda, fallendo miseramente. Cinque pezzi dinamici che spaccano dentro e fuori, tra i quali segnalo “La Gente Deve Capire”, pezzo dilatato/dilatante, minaccioso/limaccioso, con una tensione stile “Il promontorio della paura” remake Scorsese e un finale acustico, “Vamonos”, pericolosa marcetta noise-rock di grande intensità, “Buio”, pezzo dove la mia coda va in pezzi causa il gran ritmo, e buio nel finale (sono così tenebrosi che qui mi ricordano i compianti Thin White Rope).

Due” è prodotto da DischiBervisti, che è pure Ufficio Stampa (come di tutto il nostro vero radical-noise), assieme a una sfilza di label autenticamente underground, che trovo giusto citare: Toten Schwan Records, Santa Valvola Records, Vollmer Industries, Oh! Dear Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Effetti Collaterali, Longrail Records, L'Odio Dischi, Koe Records low profile. Per i cultori delle vecchie musicassette la Oh! Dear Records ha pensato pure a un’uscita anche su questo supporto.

Cani dei Portici, Due – DischiBervisti/Audioglobe, 2016

https://www.facebook.com/canideiportici/

"In palude con I Cani dei portici" sul Blog dell’Alligatore

 

L’Albero, Oltre quello che c’è

Bella sorpresa di fine d’anno, l’uscita de L’Albero, progetto solista di Andrea Mastropietro, voce e chitarra dei toscani The Vickers, vecchie mie conoscenze. Bella perché ci offre, cantando finalmente in italiano, una prova eccellente di pop-rock nostrano, sorpresa perché non immaginavo possibile oggi, una psichedelia cantautorale molto anni ’60. L’Albero la spiattella lì, a partire dalla splendida copertina, con semplicità e naiveté.

Nove pezzi nove, uno più bello dell’altro, tra i quali è davvero difficile scegliere: “Giallo di foglie”, dal bel testo romantico (senza sdolcinatezze), l’incantevole plin di chitarra, l’organo magico che sale, oppure “Fragole rosse”? Gioiellino pop, questa, bella nel testo come nell’atmosfera, perfetto l’abbinamento voce/chitarre/organo/tamburi. Coraggiosa, sperimentale e spiritosa “Telefonata tra E. e A”, surreale chiacchierata tra l'autore del disco e la sua compagna di vita: gran ritmo e un tappetino elettronico adatto al testo. “Scorri con me” capolavoro d’equilibrio, con coretti, voce di un pennellato gioioso, gran ritmo, e ancora l’organo magico, che ti fa volare, anzi, lievitare,

Intensità, ritmo, poesia, buon utilizzo della migliore elettronica per creare il giusto patos. “Oltre quello che c’è” sembra un manifesto programmatico messo in pratica, per una musica nuova. Una riscoperta delle nostre radici culturali psico-folk-rock, lavorando bene sia sul testo, sia sulla musica. Insomma a me è piaciuto molto. Spero l’Albero cresca e ci dia molti altri frutti.

L’Albero, Oltre quello che c’è – Techicolor Dischi, 2016

https://www.facebook.com/lalberoband/

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Collettivo Ginsberg, Tropico

Eclettico e intenso, il Collettivo Ginsberg pesca i suoi colori da una tavolozza variopinta, tanto quanto lo spettacolare olio su tela che si sono scelti come copertina (è opera di Domenico Demattia, emiliano come loro), con rimandi ai ritmi caldi dell’Africa, visti da qui. La loro musica contiene tante cose, dal rock al blues, dal cantautorato classico al jazz, il funk, con testi cantati da voci maschili e pure femminili, in italiano, ma anche nel dialetto della loro zona.

 

Dieci pezzi, uno più colorato dell'altro, con arrangiamenti davvero azzeccati: dalle chitarre ai vari organi, pianoforte e clarinetto, percussioni, sax, trombone, cori … cosa scegliere da questa baraonda sonora? L’iniziale “Con due monete” resta subito nel cuore, per il testo suggestivo, che racconta la storia di Jimi e Jack, due cani che avevano nella vecchia sala prove, ma restano anche il rock tenebroso “Metti che” e “La notte del mondo” dai gran fiati (entrambe le canzoni sono tratte da poesie dialettali), “Primavera mambo” piano/voce dal testo surreale, gran ritmo ed echi pierpaolocapovillani, e “Portami con te” per l'atmosfera filmica, da ballare stretti stretti a ancora un gran pianoforte.

Fantastico disco questo “Tropico”, quando prendo in mano la sua copertina e l’ascolto mi fa pensare tanto a Ligabue. Non Luciano ovviamente, ma Antonio, quel pittore matto che disegnava l’Africa stando in Emilia Romagna. Come il Collettivo Ginsberg a pensarci bene …

Collettivo Ginsberg, Tropico – L’amor mio non muore/Irma Records 2016

http://www.collettivoginsberg.com/

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rock
pop
underground

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