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Contro la tecnologia succhia-tempo

di Michele R. Serra
| News | Idee da far girare | 0 commenti

Tristan Harris cerca di farci guardare meno il cellulare

Non sono più gli anni Sessanta, no no. Adesso a San Francisco non ci sono più gli hippie, ma un mucchio di ingegneri informatici che danno forma alle abitudini quotidiane degli abitanti del resto del mondo. Perché in quella piccola zona ci sono le sedi di società che hanno un peso nelle vostre vite. Tipo Apple, Facebook, Google. È possibile che conosciate questi nomi. Forse, eh.

(Un qualsiasi povero ingegnere di Facebook, seduto alla sua lercia scrivania)

Miliardi di persone usano i prodotti, hardware o software, creati da qualche centinaio, al massimo qualche migliaio, di ingegneri che lavorano per queste aziende. Da una parte mille persone, dall’altra un miliardo. Questo sì che è potere, altro che Donald Trump.

Il vero potere è in mano a questi ingegneri, a queste corporation. Però a San Francisco c’è anche qualcuno che cerca di riequilibrare questo rapporto di potere: un ragazzo di nome Tristan Harris. Ha trent'anni, nel passato ha lavorato anche da Google. Ora però passa il suo tempo a far crescere l’organizzazione che ha fondato, Time well spent, cioè tempo ben impiegato. Cosa fa? Bè, per farla breve cerca di far sì che la tecnologia non sia costruita per succhiare a chi la usa più tempo possibile.

Perché il fatto che il telefonino che abbiamo in tasca - tanto per fare un esempio a caso - richieda continuamente la nostra attenzione, non è un obbligo. E non dipende dalla nostra debolezza mentale, ma dal fatto che i cellulari, ma anche i software che contengono, sono disegnati nella maniera sbagliata.

(Trovate la differenza tra la signora nel cerchio e tutti gli altri)

Voi quante volte lo guardate, quel telefono? Noi, tante.
Secondo Tristan Harris, le grandi corporation tecnologiche si comportano esattamente come i produttori di tabacco negli anni Quaranta. Danno ai consumatori tutto quello che vogliono, ma se ne fregano dei danni collaterali alle loro vite. Sono come le grandi catene di fast food, che riempiono i loro hamburger di sale e di grassi, i loro dolci e le loro bevande di zucchero. Perché? Per offrire istantanea soddisfazione a chi mangia. Allo stesso modo i social network ci riempiono di messaggi di approvazione, che per le nostre deboli menti rappresenta il premio più grande. Un like, un'interazione, una condivisione, significano approvazione e gratificazione, ma il prezzo è il nostro tempo, la nostra attenzione. Se volete, la nostra vita.

Ecco, il bello dell’approccio di uno come Tristan Harris è che non ti dice che avere un account Facebook o un telefonino è sbagliato, ma cerca di fare pressione sulle grandi corporation perché il tuo smartphone, il tuo social network siano fondati su qualcos’altro, che non sia la dipendenza. Per adesso il suo lavoro non ha ottenuto granché. Assomiglia più a un palliativo, come la Coca cola light o il cerotto alla nicotina. Ma è pur sempre un inizio, no?

Se sapete un po' di inglese, qui sotto trovate tutto il suo discorso alla TED Conference di Bruxelles nel 2014. 15 minuti, tutt'altro che persi.

tecnologia
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