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La bella e la bestia

di Michele R. Serra
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A parte il fatto che non si capisce perché lei si innamora di lui, tutto bene

Bill Condon

La bella e la bestia

Disney

L’impero creato da Walt Disney ormai quasi un secolo fa oggi non è esattamente un castello incantato, ma una media company gigantesca, che si muove seguendo quella che appare una strategia ben precisa. In pratica, sembra che quelli della Disney si siano detti: siccome noi abbiamo un patrimonio di storie fantastiche che sono rimaste scolpite nell’immaginario collettivo di generazioni di spettatori, dobbiamo continuare a raccontarle. Ogni volta in un modo un po’ diverso, eh. Ma mica troppo. Ancora e ancora.

E allora dopo Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie e Il libro della giungla, ecco La bella e la bestia, che si trasforma da cartone animato a film con attori veri. E se qualcuno ha da obbiettare che La bella e la bestia in fondo non è un vero classico, perché è vecchio solo venticinque anni, sarà senza dubbio smentito dagli incassi enormi che questo remake promette di generare, e che quando leggerete queste parole probabilmente si saranno già materializzati nei conti correnti californiani della Walt Disney. Dunque, ammettiamo che anche La bella e la bestia sia un classico dell’animazione Disney, però una sua versione 2017 deve comunque essere moderna. E questo può essere un problema, perché il materiale di base rimane una fiaba francese del Settecento in cui una bella ragazza si innamora della bestia che l’ha fatta prigioniera: raccontare alle bambine di oggi una storia di sindrome di Stoccolma non proprio in linea con i valori della donna contemporanea, bè, potrebbe risultare eticamente complicato.

La Walt Disney qui risolve il problema etico smussando un po’ gli spigoli. Nel senso che Belle, interpretata da Emma Watson (perfetta) è un po’ meno arrendevole, e soprattutto si innamora della Bestia non solo perché la tratta male, che forse è un cliché un po’ trito al giorno d’oggi. Forse, eh.

Tra gli altri elementi di modernita c’è anche un riferimento a un rapporto un po’, come dire, confuso, tra due amici maschi che adombra la possibilità della presenza di un personaggio gay. Ma intendiamoci, è un po’ presto per dire che siamo arrivati anche a questa rivoluzione. Anche se sarebbe ora.

Tutti questi discorsi sul "come si rende moderna una fiaba classica", però, tutto sommato importano poco. Quello che interessa a noi, quando andiamo a vedere questo tipo di film, è che regali qualche emozione. E qui manca qualcosa.

Quello che ci viene venduto come un remake dal vivo, in realtà è un altro cartone animato con qualche attore vero buttato in mezzo. Solo che è fatto con grafica digitale tridimensionale realistica, e rispetto al disegno a mano dell’originale di venticinque anni fa, bè francamente perde molto calore, molta vita. Non voglio fare il retrogrado, quello che la musica la ascolta solo in vinile eccetera, ma il paragone con il precedente non mi sembra proponibile. Perché era più semplice e meno ricco, ma sembrava avere molta più anima.

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