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«Signore e signori, buonasera...»

di Luca Maria Palladino
| News | Libri e Fumetti | Marcovaldo | 0 commenti

Ignazio Cacaglia si sentiva ospite della vita, sballottato di qua e di là, di giù e financo di su.

Si sentiva come un pallone che non sempre di giustezza è sventagliato o come una vocale quando è elisa: impossibilitato a fare il proprio comodo, elidersi anzichenò. La facoltà di elidere dello scrivente è come il potere che ha il vento nei confronti della Selaginella lepidophylla, la falsa rosa di Gerico, ossia dispotico.

Ignazio, perseguitato dal vento, conduceva una vita in potere del totalitarismo del caso fortuito, come se fosse una pallina di un flipper. Egli, così per gnente fatalista.

Il fatto è che era per un mero caso fortuito, e non per quel disegno divino che si suol chiamar provvidenza, che Ignazio si era andato a ficcare oltre le alpi nell’autunno di un anno dove febbraio ne ha ventinove di giorni.

Ignazio si era andato a ficcare a Parigi, una città pragmatica come la tramontana, una città severa che obbliga i suoi figli alla compostezza e alla politesse. Per il parigino dare il buongiorno e il buonasera, per esempio, non è solo un adempimento all’obbligo della buona maniera ma è soprattutto, a nostro avviso, un sogno di libertà, una pazza idea di condivisione, una voglia matta di confidarsi con l’altro, una brama di entrare non tanto in confidenza con il prossimo ma in contatto. Questa messinscena lascia all’interlocutore straniero un gusto amaro, un vago sapore di malessere poiché i parigini non sono come la spensierata signorina buonasera, che quando ti dava il buonasera lo avvertivi che era senza scopo di lucro, il suo buonasera ti arrivava a mo’ di carezza che apriva all’ascolto del palinsesto tutto. La cordialità parigina, invece, appare come un tornaconto personale, una richiesta disperata di libertà, una supplica di visibilità, un “io esisto”, una evasione, seppur breve, dal ghetto della forma mentis. Tutto ciò avviene in un brevissimo lasso di tempo, il tempo di un bonjour, dopodichè si ritorna nei ranghi del pragmatismo, nelle patrie galere della propria realtà, qualcosa come uno struggimento.

Ad ogni buon conto, l’odierna distribuzione di buone maniere parigina costituiva per Ignazio un cantuccio dove trovare un riparo dalla dispotica volontà del caso, un cocuzzolo dove trovare un po’ di santa pace. Ignazio provava affetto per quell’abbondanza di bonjour e bonsoir perché gli rammentavano qualcosa che si era definitivamente fermato, tipo un’anticaglia, o il soggetto fotografato nella cara vecchia fotografia custodita nel portafoglio.

Se ci va di guardare, a sinistra possiamo notare lo Ignazio intento a deambulare in mezzo alla via con le mani in saccoccia. Ignazio è quel pedone distratto che guarda i suoi piedi e non la strada dove lo porta. Ma egli lo sa che si sta recando sul posto di lavoro, che vuol dire che saprà cosa farà per le prossime 8 ore circa. Il lavoro è necessario nella vita delle persone per lo stesso motivo per il quale la vittima ha bisogno del suo carnefice, o un parigino di Parigi, o un cristiano del giudizio di dio, o la selaginella lepidophylla del vento, o Ignazio del caso.

Delfini dice che la luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo. Pertanto, a meno che non si vada in cielo o in fondo al pozzo, la libertà non è.

Parigi

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