Strider

di Michele R. Serra

Recensioni
Strider

Certo che fa piuttosto strano. Avere a disposizione una console di nuova generazione – nel nostro caso, Playstation 4 – bella che sembra il monolite di 2001 Odissea nello spazio, con tutti quei led a sprizzare bagliori tecnologici, e il pad nuovo, e una potenza inusitata… e poi ti propongono un gioco degli anni Ottanta? Fa strano, fa strano.

Non è retrogaming, è proprio una nuova versione (reboot se volete, che fa più figo), di Strider, uscito la prima volta nel 1989 in sala giochi, e presto convertito per qualsiasi piattaforma da gioco casalingo esistente all’epoca. Io ci giocavo sull’Amiga. E ora che sono un Uomo Adulto, me lo ritrovo sulla playstation 4? Non so se l’idea sia più piacevole o inquietante.

Il bello di un gioco come questo è che – essendo anni Ottanta – non ha bisogno di alcuna trama: ai tempi non usava. Del resto, se sei una specie di ninja cibernetico che va all’assalto di un improbabile impero-sovietico-cyberpunk, chi se ne frega della trama: l’importante è avere a disposizione una spada al plasma per fare a fette i robot e i droni cattivi. Tipo, primo minuto di gioco. Cadi dal cielo con una specie di deltaplano, ti ritrovi nella succitata città soviet-cibronica, e subito ti appare una bella scritta sopra la testa: uccidi Grandmaster Meio.

Chi sei? Dove ti trovi? Chi è Grandmaster Meio? Un romano? (No, sarebbe scritto con la j). Vabbè. Non è importante. L’importante è iniziare a mulinare le spade.

Sono uno di quelli che vorrebbe sempre grandi storie nei videogame. Cioè, lo dico. Poi mi ritrovo a divertirmi come un bambino, quando ho davanti giochi che funzionano più o meno nello stesso modo di quelli di quando – in effetti – ero un bambino. Chissà se un gioco del genere rende felice anche uno di dodici anni, che non ha l’effetto-nostalgia

Ma in fondo, perché non dovrebbe?