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Sulle tracce di Sandrone Dazieri

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Un assicuratore torna a casa e trova il suo colf a terra. È caduto dalla sedia mentre cercava di avvitare una lampadina, “morte da spigolo, come capitava alle mogli nevrotiche nei telefilm di Colombo”.

Qualcuno dovrà farlo sparire. Comincia così Lo strofinaccio rivelatore, il racconto che Sandrone Dazieri ha scritto per la Smemo 2012 14 mesi.



Com’è nata l’idea?
Ero a cena con la mia collega e amica Licia Troisi e parlavamo di Edgar Allan Poe. Scherzando ho detto che mi sarebbe piaciuto riattualizzare il racconto Il cuore rivelatore. Poi me ne sono parecchio allontanato, ma la scintilla è stata quella.

Il tuo protagonista dice, “Il cadavere è difficile da spostare. A guardarlo non sembrava così pesante, adesso capisci cosa significa davvero peso morto”. Segue poi la descrizione di come questo peso morto viene portato fin dentro la vasca da bagno. Come lavori per rendere il più realistiche possibile la descrizione di queste scene?
Le insceno solo nella mia testa, facendo leva sui miei ricordi. Credo che a tutti sia capitato di sollevare un amico ubriaco o svenuto. Più o meno…

Lasciamo tracce ovunque. Uno strofinaccio rivela il colpevole. Ho letto un post di qualche anno fa sul tuo sito in cui raccontavi di passare almeno due notti a settimana in albergo. Ricordi tutte le cose che parlano di te e che hai dimenticato in quelle camere?
Continuo a passare almeno due notti a settimana fuori casa, ma lo faccio da talmente tanti anni che sono diventato un professionista della valigia. La preparo in dieci minuti, e non lascio mai niente dietro di me, se non quello che abbandono di proposito: indumenti rotti, tubetti di dentifricio e così via. Un paio di volte ho lasciato nelle lenzuola il mio peluche da viaggio, ma me l’hanno ritrovato le cameriere. Direi che quello ha spiegato molto di me…

Il protagonista del tuo racconto fa sparire una persona, giorno dopo giorno, braccia dopo gamba a pezzetti nello scarico. Mentre leggevo pensavo a una trama parallela. Un uomo fa sparire non il corpo ma tutto il resto: ricordi, vestiti, cose, persone, fino a che dell’altro rimangono solo la nudità e la solitudine. In questo “trattamento” alternativo della tua idea, come ti figureresti i due personaggi? Chi potrebbero essere interessato a rubare ricordi altrui e chi potrebbe essere la vittima designata?
Hanno trattato in molti questo tema; prendi Johnny Mnemonic di Gibson, il film Se mi lasci ti cancello o uno degli episodi di Black Mirror.  Usando questo spunto userei come ladro il produttore di un nuovo tipo di intrattenimento, che è quello di vivere la vita degli altri, e la vittima sarebbe qualcuno che ha una vita interessante. Rimasto nudo e vuoto alla fine la vittima ruberebbe la vita del produttore. Così chiudiamo il cerchio.

Con Smemoranda hai visitato ultimamente il carcere di San Vittore. Quando ci sono stato io, mi ha colpito l’incontro con un ragazzo gentilissimo che mi ha fatto trovare del tè caldo e dei pasticcini fatti da lui. Le mani che avevano fatto un gesto così semplice e di cura verso qualcun altro, avevano commesso anche un gesto tutt’altro che semplice. In quel momento lì, il confine tra le due azioni non mi è sembrato così netto.
Il confine tra i gesti non è mai netto, ma se devo dirtela tutta, è una direzione cui preferisco non indagare perché implica persone vere. Da quando ho cominciato a scrivere gialli, mi vengono chieste interpretazioni su omicidi reali o fatti di cronaca, da testate giornalistiche o televisioni, ma le ho sempre declinato. Quando scrivo di delitti e sangue io costruisco una metafora del mondo, in cui i lettori possono trovare le loro risposte, ma non è il mondo reale. E’ il mio mondo. In quel mondo so tutto dei miei personaggi, e ho una spiegazione a ogni cosa che accade, ma nel mondo fuori dai libri non so niente degli altri esseri umani e non ho la pretesa di interpretarli. Posso riferire quello che loro mi raccontano e riportare l’effetto che fanno su di me, ma niente di più. Quindi non ne ho idea del perché abbiano fatto quello che hanno fatto, e di come lo abbiano fatto. Spero solo che, qualsiasi cosa abbiano commesso, possano trovare la pace per tirare avanti. Comunque l’incontro è andato bene. Più che di libri, ho portato qualche copia della Smemo, ho parlato della serie che scrivo, Squadra Antimafia. La guardavano tutti.

La tua biografia sembra la vita di almeno quattro persone diverse: cuoco, attivista del Centro Sociale Leoncavallo, dirigente per i Gialli Mondadori e scrittore a tempo pieno. Mi piace pensare che ogni agenda sia l’autobiografia di un anno della vita di una persona, quali sono state le quattro agende/momenti storici e cruciali di queste vite?
Un pomeriggio del 1977, mentre l’anno scolastico stava finendo, decisi, con disperazione di mia madre a dei miei insegnanti decisi di iscrivermi alla Scuola Alberghiera invece che al Classico. Volevo lasciare Cremona, a tredici anni mi stava già stretta. Fare il cuoco mi pareva un buon sistema per sopravvivere mentre vedevo il mondo e imparavo quello che mi serviva per fare lo scrittore. Era il mestiere che volevo fare, anche se sarebbero dovuti passare altri vent’anni prima che cominciassi.

Una notte nell’85 mi addormentai in una casa occupata e mi risvegliai con la polizia. Non c’entravo niente con l’occupazione e con il collettivo che la gestiva, ma solidarizzai e cominciai a fare politica militante. Erano quelli che avrebbero rivitalizzato il Leoncavallo pochi anni dopo, e io sarei stato con loro.

Nel 1998 Valerio Evangelisti mi propose di scrivere un racconto per un’antologia di Urania Tutti i denti del mostro sono perfetti. Lo feci e venne pubblicato. Fu il mio primo racconto, e l’inizio della mia carriera di scrittore.

Nel 2005 Claudio Bisio mi contattò perché aveva letto uno dei miei romanzi e voleva trarne un film. Lo scrissi e fu il mio esordio come sceneggiatore, mestiere che ancora oggi affianco alla scrittura di romanzi.  
 
La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di questa settimana?
Vediamo. Ieri. Martedì dieci dicembre 2013. Mi sono svegliato in un albergo di Roma con un principio di influenza. Ho rifatto la valigia, pagato, passato in farmacia dove ho comprato dell’aspirina, poi sono andato alla casa di produzione Taodue dove ho fatto un incontro con gli sceneggiatori che scriveranno le puntate di Squadra Antimafia, serie di cui sono caposcrittura. Gli ho raccontato come la vedo per questa stagione, ho risposto a qualche domanda. Poi mi sono messo in un angolo dell’ufficio e ho comprato il biglietto del treno per tornare a Milano, risposto via mail alla caporedattrice di Fabbri a proposito di un libro che sto curando (sono loro consulente da un anno), poi ho incontrato il Capo Organizzatore di Squadra Antimafia per discutere questioni di set (scene da cambiare, attori da spostare eccetera). In seguito ho contattato i ragazzi del centro sociale Morion di Venezia per un incontro che devo fare verso fine mese. Ho pranzato in un sushi bar con gli sceneggiatori parlando di serie americane, al ritorno ho scritto un po’ il mio romanzo e letto un manoscritto che faceva schifo, ho risposto al mio agente su una questione riguardante un contratto. Alle diciassette ho preso il taxi per la stazione termini. Sul treno ho letto un giallo danese cui dovevo dare un parere sulla pubblicazione. Mi è piaciuto e ho dato parere positivo. Sono arrivato a Milano, ho preso un taxi e arrivato a casa ho suonato ai vicini per consegnare loro un ricordo che avevo preso a Mosca tre giorni prima. Chiacchierando ci siamo bevuti un paio di bicchieri di vodka. Poi sono entrato a casa (mia moglie era in viaggio), ho mangiato un panino sul lavandino, preso due aspirine, poi mi sono ficcato a letto e ho guardato sul computer due puntate di altrettante serie americane che volevo saggiare. Mi sono addormentato intorno alle due.

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