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Transformers - L'ultimo cavaliere

di Michele R. Serra
| News | Cinema e Tv | Da vedere | 0 commenti

I robottoni sono arte. Forse

Michael Bay

Transformers - L'ultimo cavaliere

Universal Pictures

Una volta c’erano i film brutti che facevano tutto il giro e diventavano belli.
Oggi le cose sono più complicate.
Oggi un film commerciale per bambini maschi che parla di pupazzetti trasformabili non è solo un brutto film che fa tutto il giro, è anche un pezzo di video-arte allucinata, e anche l’equivalente hollywoodiano di un qualsiasi video di Tony Effe che butta per terra i soldi. Però Michael Bay è assai più esperto in materia – sono almeno vent’anni che butta via cisterne di dollari, lui – e infatti il risultato estetico è imparagonabile. A qualsiasi cosa, a dire il vero. Dunque, diciamolo subito: Transformers – L’ultimo cavaliere è l’opera di un genio. Un genio particolare, certo. Ma un genio di qualche tipo.

Ormai anche i critici dei grandi giornali americani – che da anni spernacchiano la saga di Transformers a ogni nuova uscita – sembrano essersi convinti. E in effetti dopo le due ore e mezza di Transformers – L’ultimo cavaliere, è impossibile non uscire dalla sala con un ampio sorriso sulla faccia e provare una specie di piacevole ebbrezza. Transformers è una specie di sostanza che altera la chimica del cervello umano: un head film, come dicono gli inglesi. E funziona.

Funziona ovviamente applicando il metodo dell’esagerazione: esplosioni, palle di fuoco e pianeti destinati a scontrarsi con la terra. Ma anche trame meravigliose. Tipo: lo sapevate che re Artù esisteva davvero? E che sono stati i Transformers a sconfiggere i nazisti? Già, certo. Credibile come lo scienziato interpretato da Mark Whalberg che va in giro per il mondo a cercare poveri Transformer abbandonati. Oh, bè.

Torniamo all’arte.
Transformers è un film impossibile da capire davvero. Piuttosto, è un film da interpretare: cerchiamo di capire cosa succede mentre veniamo frullati da un vortice di folli scene d’azione senza soluzione di continuità. E non ci riusciamo. Ma qualcosa rimane. Cosa? Certo non qualche risata, perché i tentativi di ironia sono più spesso agghiaccianti che divertenti. Certo non emozioni, perché il film rimane incredibilmente freddo e indifferente a ogni moto dell’animo umano (e del resto questo è il cinema post-umano del 2017, no?). Però, qualcosa.
Resta solo da capire cosa, la stessa sensazione che spesso rimane quando si guarda un’opera d’arte contemporanea. Che questa in particolare parli di robottoni, è solo un caso.

robot
Hollywood

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