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Tutti i Checco Zalone della letteratura italiana

di Antonello Taurino
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Un comico messo a fare il prof...

Gennaro Nunziante

Quo vado?

TaoDue

Giuro, non è l’ennesima opinione lessaminchia sul film che ha sbancato i botteghini, schierato gli intellettuali, esaltato i complottisti, scosso i benpensanti, divertito le famiglie. Non aggiungerò un altro editoriale all’infinita sequela. E non ve lo risparmierò certo perché un editoriale oggigiorno è come un piatto di pasta, una laurea, un bicchiere d’acqua, la pubblicazione di un libro: cioè non si nega più nemmeno a una scorreggia di Martufello. No, ve lo eviterò per la ragione che, in estrema sintesi, i punti di vista su Zalone si riassumono in una frase: “Dai diamanti non nasce niente, dalla merda nascono i fior, ma rivendendo la merda a prezzo di diamante si ottengono sia i fiori che circa 35 milioni di euro in meno di una settimana. E tanta tanta invidia dei produttori di diamanti”.

Ma siccome vi ho detto che mi occuperò d’altro, volevo solo usare quest’ultimo mattoncino dell’elegante casa della commedia all’italiana (e tutte le polemiche e adulazioni annesse) come pretesto per una domanda di cultura generale: in questo corto circuito tra saggezza e truzzaggine, dottrina e scorreggia, acume e bestialità, ci sono stati altri Checco Zalone nella storia della Letteratura italiana? Ci sono poeti che hanno fatto dello sberleffo sardonico e del fluttuare tra colto e pecoreccio la propria cifra stilistica? Ci sono scrittori, santi o navigator capaci di attirare equanime ammirazione e disprezzo, nel loro vertiginoso alternare tra i due estremi del sublime irraggiungibile con gli umori più popolareschi?

Cari prof. dalla penna austera, voi sapete che sono tantissimi.

E sapete, ahimè, anche che pochissimi di loro sono presenti nelle antologie. Per un Angiolieri, un Belli o un Trilussa, sono decine gli ingegni semidimenticati che si sono divertiti a ravanare nel fango quotidiano senza per questo poter ridurre la loro opera a volgare strusciatina sul basso e molle ventre dei lettori. Quasi tutti, Dante in primis, si sono cimentati nella nobilissima “letteratura da osteria”, fatta di spiritosi sonetti di rinfaccio, argute “risposte per le rime” o caustici strambotti ridanciani. Con temi che, spesso, son gli stessi che oggi infiammano le penne dei sapientoni zaloniani.

Dai ricordi di studente emerge, ad esempio, Rustico Filippi, fiorentino del ‘200, che è un po’ l’iniziatore della poesia comico-burlesca. In un suo sonetto, la moglie di tal Aldobrandino, sospettata dal marito di tradimento con un certo Pilletto, prova a minimizzare tranquillizzando lo stesso consorte, irrimediabilmente cornuto, che Pilletto:

(...) è tanto cortese, fante e fino
che creder non dèi ciò che te n’è detto.
E non star tra la gente a capo chino,
chè non se’ bozza e fòtine disdetto;
ma sì come amorevole vicino
co’ noi venne a dormir nel nostro letto. (…)
Tu non dovei gridar, anzi tacere,
ch’a me non fece cosa ond’io mi doglia.

Alcuni versi dello Zalone di quei tempi, C(h)ecco Angiolieri, sbertucciano proprio Dante, intelligente quanto vuoi, per carità, ma non proprio un campione d’affabile e cordiale simpatia. E siccome chi è senza peccato scagli il primo sonetto, è curioso che l’Alighieri venga tacciato d’essere.. come diremmo oggi... radical chic?

Dante, s’io so’ buon begolardo,
tu me tien’ ben la lancia a le reni
s’io desno con altrui, e tu vi ceni;
s’io mordo ‘l grasso, e tu vi sughi el lardo; (...)
Sì che, laudato Idio, rimproverare
poco può l’uno a l’altro di noi due: (...)
E se di tal materia vo’ dir piùe,
Dante, risponde, ch’i’ t’avrò a stancare:
ch’io so’ lo pungilione, e ti se’ ‘l bue.

Nel Morgante di Pulci, il primo poema della nostra letteratura nonché corrosiva parodia cavalleresca, il gigante Margutte descrive se stesso elencando quei valori che, immancabili nel suo Pantheon, ispirano la narrazione della sua condotta di vita (anche qui, molto - troppo? - “italiana”):

Or queste son tre virtù cardinale,
la gola e ‘l culo e’l dado ch’io t’ho detto
odi la quarta, ch’è la principale,
ciò che ben si sgoccioli il bariletto: (…)
Se tu mi vedessi in una chiesa solo
Io son più vago di spogliar gli altari,
Poi corro alla cassetta de’ danari (…)
Io ho scopato già forse un pollaio;
s’ tu mi vedessi stendere un bucato,
diresti che non è donna o massaio
che l’abbi così presto rassettato.

Per chi vede misoginia in Quo vado?, beh, sappia che il Burchiello (ancora nel Quattrocento) racconta la storiella di San Bernardo che chiedeva a Cristo con quale terribile punizione si sarebbero potuti cancellare i peccati d’un incallito criminale, il quale, come se niente fosse, s’era comunque presentato alle soglie del Purgatorio. Al che, Cristo risponde (e immaginato con cadenza pugliese, a me suona bene):

(...)né per orare o piangere o star tristo:
ma digli che se moglie vuol pigliare
il porrò allato a Giovanni Battisto,
se questa pena in pace vuol portare.
Bernardo non pensare,
ch’a sofferir la moglie ell’è gran doglia,
perché egli stessi non sa che si voglia.

... più o meno il tema del toscano Francesco Berni nel suo Sonetto contra la moglie (1530 circa):

(…) aver un sassolin nella scarpetta
et una pulce drento ad una calza,
che vada in su in giù per istaffeta;
una mano imbrattata ed una netta;
una gamba calzata ed una scalza;
esser fatto aspettar ed aver fretta:
chi più n’ha più ne metta
e conti tutti i dispetti e le doglie,
ché la peggior di tutte è l’aver moglie!

E riguardo all’atavico immobilismo meridionale? Alla sacralità totemica del posto fisso? La parola ad Agnolo Bronzino, poeta e pittore rinascimentale attivo tra Firenze e Roma:

ogni nostro operar è folle e vano,
io dico, seguitando, che lo starsi,
è la più util arte e la più bella
che possa mai far l’uomo o immaginarsi (…)
O starsi santo, o starsi benedetto
cos’ì t’avess’io conosciuto prima,
ch’io ne sarei maestro omai perfetto

Questione “Parolacce & Turpiloquio”. Ecco una pasquinata romana del Cinquecento (di autore ignoto) che descrive il Giudizio Universale di Michelangelo (ah, il “quaderno” finale, non chiedetemi perché, sembra stia per “ano”):

(…) Il coglion di Cesena come pazzo
Sta con li muorti per suo mal governo,
tutt’ascoso in un certo cantonazzo
Un altro sta litigato ne l’Inferno
Con una serpe che li morde il cazzo
Per peccato di rompere il quaderno.

Potremmo continuare all’infinito: Ruzante, Folengo… tornare a Ciullo d’Alcamo, saltare a Tassoni e Giusti... ma è doveroso quantomeno sottolineare che una celebre canzone di Checco si intitola Sineddoche, cioè la figura retorica che indica “una parte per il tutto”. Siccome nel testo si parla “di una bella figa”, credo sia merito del dottor Luca Medici, alias Checco Zalone, se i nostri alunni hanno oggi ben chiaro cosa sia una sineddoche…

(Scritto con Carlo Turati)

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