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di Laura Giuntoli
| News | 0 commenti

Il 25 gennaio tutti in piazza con Amnesty per Giulio Regeni

Alle 19:41 del 25 gennaio, tantissime piazze d’Italia saranno illuminate da migliaia di candele gialle, accese insieme ad Amnesty International. Giallo è colore di Giulio Regeni, che due anni fa, proprio il 25 gennaio alle 19:41, è stato visto per l’ultima volta al Cairo, prima di essere rapito e ritrovato cadavere il 3 febbraio ai bordi dell’autostrada per Alessandria d'Egitto. Incidente, criminalità organizzata, omicidio passionale: queste le prime ipotesi avanzate dalla polizia egiziana per insabbiare le responsabilità del regime dell’ex maresciallo Abdel Fattah al Sisi. Ma ”Il corpo di Giulio parla”, ha detto la madre Paola Deffendi quando l’hanno riportato in Italia. Le terribili torture che Giulio ha subìto durante il suo rapimento sono compatibili con le tecniche di interrogatorio dei servizi segreti, e le ricerche svolte da Giulio sui sindacati indipendenti in Egitto per conto dell'Università di Cambridge erano malviste dal governo egiziano. Ad oggi sappiamo solo questo, perché le autorità egiziane si rifiutano di rivelare i mandanti e gli esecutori del suo omicidio.

Il 14 agosto 2017, dopo 18 mesi di depistaggi e mutismo, il governo italiano ha dichiarato la volontà di normalizzare i rapporti con l’Egitto. Ha inviato un nuovo ambasciatore italiano al Cairo, rinunciando di fatto all’unico strumento di pressione sul governo egiziano per arrivare alla verità. Una "resa incondizionata", come l'ha definita la famiglia Regeni, che per questo insieme ad Amnesty International Italia vuole illuminare di giallo le nostre piazze. Non una semplice manifestazione ma un abbraccio fortissimo a Giulio e a chi lotta per la verità, un modo per accendere i riflettori con il sostegno dell’opinione pubblica su una vicenda che non smette di proiettare ombre terribili. Come l’arresto e la tortura di Ibrahim Metwaly, avvocato che fa parte della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’Ong che in Egitto fornisce consulenza ai legali della famiglia Regeni, avvenuto il 10 settembre 2017. Nei giorni precedenti al suo arresto il governo egiziano aveva oscurato il sito della Ong. Metwaly è almeno la quarta persona che paga le conseguenze di essersi occupato della sparizione, della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni. (Fonte: Amnesty International.) Tutti questi fatti non hanno impedito che l’ambasciatore italiano si insediasse al Cairo il 14 settembre 2017. 

«In questo secondo anniversario di lutto e di domande che la famiglia Regeni fa da 24 mesi senza ottenere risposte, è fondamentale non consegnare Giulio alla memoria, rinunciando a chiedere la verità» – dice Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. «Noi proseguiamo a coltivare una speranza: che quell’insistere giorno dopo giorno a chiedere la verità, quelle iniziative che quotidianamente si svolgono in Italia e non solo producano il risultato che attendiamo: l’accertamento delle responsabilità per la sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio. Quella verità la deve fornire il governo egiziano e deve chiederla con forza quello italiano».

 Lo striscione in piazza Verdi a Bologna chiesto dagli studenti per sostenere la campagna di Amnesty. L'Ateneo ha intitolato una borsa di studio a Giulio Regeni.

Chiedere la verità per Giulio significa anche dare voce al dissenso contro il regime di Abdel Fattah al Sisi. Come si legge in un rapporto di Amnesty international del luglio del 2016, in nome della lotta al terrorismo il governo egiziano ha inghiottito più di 34mila persone, mentre centinaia sono state vittime di sparizioni forzate e torture, tra loro anche dei minori. In un’intervista a Internazionale la giornalista egiziana Lina Attalah - co-fondatrice della testata online indipendente Mada Masr - ha raccontato: «La morte di Giulio Regeni ha colpito a livello personale molti di noi, anche quelli che non lo conoscevano. Questa tragedia ha avuto due effetti sostanziali. Molte persone che conosco sono rimaste a letto per giorni dopo la notizia del ritrovamento del cadavere di Giulio. Non riuscivano a fare niente perché avevano paura di fare la stessa fine a causa del loro lavoro, perché sentivano che l’atrocità delle persone che lo hanno ucciso Giulio non ha limiti, quindi tutti potevano esserne vittime. Questo è il primo livello. Molti sono caduti in uno stato di immobilità, paura e depressione. L’altro effetto della notizia è stato quello di rafforzare l’impegno a scoprire la verità sulla morte di Giulio.»

È importante non smettere di lottare per la verità, perché come ricorda mamma Paola: «Giulio era un cittadino italiano, un cittadino del mondo che avrebbe potuto aiutare molte persone in Egitto e in Medio Oriente. Aveva lungimiranza, per questo aveva imparato l’arabo ed era così interessato all’economia e alla marginalizzazione… Giulio però non era andato in guerra. Non era un giornalista. Non era una spia. Era un ragazzo contemporaneo, del futuro, che stava studiando. Era andato a fare ricerca ed è morto sotto tortura» (fonte Internazionale, Amro Ali, Mada Masr, Egitto). 

Giulio siamo noi, per questo la sua morte ci riguarda tutti. Giulio, il nostro Giulio, avrebbe compiuto 30 anni il 15 gennaio.  

Per saperne di più

Tutte le info qui.

Giulio Regeni

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