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Vita sottovuoto di Tiziano Scarpa. #intervista

di Valerio Millefoglie
| Storie di Smemo | Libri e Fumetti | Storie di Smemo | 0 commenti

Un uomo decide di acquistare un tappo salva freschezza per bere meno e mettere così sottovuoto le sue ultime energie.

È ormai anziano e ha una bambina piccola, Francesca, alla quale badare da solo. Una donna, più o meno della sua stessa età, preserva il desiderio acquistando un vibratore. A causa di un errore di spedizione c’è uno scambio di oggetti. I due sono i protagonisti di Sottovuoto, il racconto che Tiziano Scarpa, già vincitore del premio Strega 2009 con il romanzo Stabat Mater, ha scritto per la Smemo 12 mesi 2014.

Com’è nata l’idea del racconto?
Mi piace il tema del segreto come centro dell’identità. Come perno della personalità. Mi piace pensare che esista questa intimità con se stessi, l’idea di possedere una verità su di noi, che noi solo sappiamo. Forse è un’illusione ma io ci credo ancora. Contro tutte le evidenze, perché la filosofia dopo Schopenhauer ti dice che l’individuo non conta nulla ed è la specie che muove il desiderio. Freud dice che non sappiamo nemmeno chi siamo, e che contano solo le cose che si svolgono sotto il livello della nostra coscienza. Invece a me piace pensare che non sia del tutto vero, che forse il segreto è quel posto dove solo noi sappiamo chi siamo. Non sono molto fiero di dirtelo ma è partito tutto dalla triviale somiglianza fra un tappo salva freschezza e un… sì, insomma. In realtà volevo raccontare la storia di un nonno-padre, dove l’apparenza è sembrare nonni e il segreto è essere padri.

“La mia forza di volontà si chiama Francesca”, dice il protagonista. Spesso la nostra forza di volontà non è nostra, ma deriva da persone e da cose esterne a noi. Qual è la tua forza di volontà?
La mia forza di volontà sono i miei cari. E poi anche l’opera, intesa come opera artistica. L’opera ti chiede di non dissipare te stesso, di scegliere ciò che conta, di non disperdere le tue energie in mille cosette. E poi, per citare San Francesco, un’altra sorella è anche la morte. La morte è una forza di volontà, ti dice che non hai un tempo infinito. È fraterna, dà carburante.

Quando hai avuto la consapevolezza del tempo scandito dalla morte?
Crescendo, il suo pensiero mi ha aiutato a fare delle scelte. Mi dicevo, “Io vorrei fare delle opere”, ok. Ma quando le faccio? Quando vado in pensione? No. Allora ho scelto dei lavori che c’entrassero il più possibile con le mie opere. Certo, spesso erano non-lavori, perché io di fatto sono stato precario tutta la vita tranne un paio di anni. Mi sono licenziato da un lavoro a tempo indeterminato proprio per l’opera, perché sapevo che il mio tempo non è infinito.

Che lavoro facevi?
Ho fatto il redattore, una bellissima esperienza, meravigliosa. Ho lavorato accanto ad autori importanti, per l’editore Feltrinelli dal ’96 al ’98.

Quali fra questi autori ricordi in modo particolare e perché?
Edoardo Sanguineti: nel libro di poesie che ho seguito come redattore convocava parole di tutte le lingue ed epoche, nelle sue poesie è tutto il genere umano a parlare. Poi Agostino Lombardo, traduttore di Shakespeare, raffinato e umanissimo. Nomino solo loro due, fra tanti altri, perché purtroppo non ci sono più.

Quali sono state le opere che ti hanno spinto a scriverne di tue?
Vita e opinioni di Tristram Shandy, di Laurence Sterne. I fiori blu di Queneau. Il novecento italiano, fra cui Savinio, Calvino, Gadda.

Ricordi a che età e in che periodi della tua vita hai letto queste opere e perché ti hanno affascinato?
Verso i vent’anni. Ho imparato da loro la libertà. Fanno libri diversi da tutti gli altri. Raccontano una storia, ma alle loro condizioni, con le loro regole, inventando anche il modo per raccontarla.

Nel tuo testo teatrale L’infinito, lo spirito di Leopardi appare a un ragazzo la sera prima degli orali di maturità. Ricordo un dramma di Alan Bennet, Il testamento (o il cazzo) di Kafka, in cui Kafka si ritrova ai giorni nostri, spaesato e stupito dal successo avuto “per colpa” di Max Brod. Come ti immagini un Leopardi nato oggi?
Nel mio testo teatrale, Leopardi vuol diventare una specie di dittatore, sfruttando la massima forza motrice dell’umanità: le illusioni. Lui le illusioni le aveva spiegate e capite con grande apertura mentale: diceva che, senza illusioni, diventeremmo tutti “un serraglio di disperati”.

Quali sono due oggetti che, come per i protagonisti di Sottovuoto, segnano in qualche modo la tua vita?
Lo schermo, in tutte le sue forme: la televisione, il computer, i cellulari, i quadri, il cinema, le foto. Questo rettangolo d’intensità, prima o poi dovrò affrontarlo a mani nude, scrivendoci qualcosa, perché è tutta la vita che lo schermo vuole la vita da me, mi succhia l’esistenza. Quello che è fuori dagli schermi finisce per contare meno di quello che c’è dentro. Un altro oggetto è lo spazzolino, perché è il contrario dell’opera, è la manutenzione della vita. Simboleggia il prendersi cura di sé nel mondo, mi fa pensare a tutto il tempo che ci vuole per lavare, pulire, comprare, mantenere efficiente la vita.

Il protagonista del tuo racconto quando beve troppo inventa delle favole sconclusionate.
Come le immagini?
Le immagino favole fallimentari. Come i testi dei surrealisti, delle favole senza capo né coda, che hanno il massimo della fantasia ma anche il massimo dell’incomprensibile. La favola deve essere scatenata ma accogliente, socievole, una specie di ballo selvaggio ma che si può ballare in due, in cinque, in mille.

Nelle favole che mi raccontava mio padre, a un certo punto compariva sempre un uovo di cioccolato con dentro la sorpresa. Io non vedevo l’ora che arrivasse questo momento, era la parte più bella di ogni favola, Cappuccetto Rosso era di contorno. In una tua nota biografica sul sito di Gallucci editore, per il quale hai pubblicato la favola “Laguna Invidiosa”, si dice che le tue nonne ti recitassero delle filastrocche stranissime. Ne ricordi qualcuna?
Ricordo una favola abruzzese, intrascrivibile perché era composta di parole e schiocchi e risucchi che si facevano con la lingua e il palato. Cominciava così: “La Monica (schiocco), la Lisa (schiocco), la punta de cammisa (schiocco), la Monica pipitara (schiocco), la punta de quartara…” Non chiedermi che cosa vuol dire!

Credi che in qualche modo ti sia rimasto qualcosa del loro recitarle, qualcosa che utilizzi oggi tu per le tue letture sceniche?
Forse sì. C’è il gusto per l’invenzione, che non deve per forza corrispondere alle cose esistenti, ma può aprire spazi nuovi, di immaginazione, di utopia. Puoi inventarti un mondo anche facendo schioccare la lingua, senza necessariamente usare le parole del dizionario.

Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona. Qual è stata la tua agenda più bella?
Non ho questo tipo di sguardo verso la mia vita. Onestamente sono stato sempre un po’ così, guardo avanti. Perciò, la mia agenda migliore è quella del 2014.

Cosa ti piacerebbe mettere sottovuoto di questi tuoi anni, per averlo sempre a disposizione anche quando sarai più in là con l’età?
Non posso risponderti “la vita stessa”, perché purtroppo non è possibile. Allora, realisticamente, mi basterebbe preservare gli spunti, le idee passeggere che si dimenticano. Quelle sì spesso vanno sprecate.

La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata tipo di quest’ultimo periodo?
Più che una giornata tipo, c’è la mia giornata ti- e la mia giornata -po. La mia giornata ti- è che mi sveglio la mattina, faccio la barba, rispondo alle mail, mi metto a scrivere, sento mia madre, faccio la spesa, mi rimetto a scrivere, sto con la mia compagna. Poi c’è la mia giornata -po: prendo un treno, vado in una scuola o in un teatro, faccio un incontro con gli studenti o una lettura scenica. Vivo nell’intermittenza. Sono un po’ cardiaco: contrazione e distensione, solitudine e compagnia, sistole e diastole.

Tiziano Scarpa
12 mesi
12 mesi con

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