Il risveglio del rock? Sì, nel 1991

di L'Alligatore

Le Smemo Interviste

1991 Il risveglio del Rock è uno dei libri più curiosi dati alle stampe quest’anno da Arcana Edizioni. L’ha scritto il giornalista musicale di Kalporz Paolo Bardelli, già autore di Piccola guida agli anni Dieci – 50 fatti, 50 album, 50 canzoni, sempre con Arcana. Nel 1991 Bardelli era da poco maggiorenne ed ebbe la fortuna di sentire tanta buona musica, dischi passati ormai alla Storia del Rock. Uno su tutti “Nevermind” dei Nirvana, ma non il solo…

Per quale motivo proprio nel 1991 tutta questa buona musica? Perché tante chitarre, tanto rock che tornava in primo piano? Bardelli cerca di analizzare quell’anno attraverso i molti dischi usciti e contestualizzando con la Storia, la politica, la società. Era da poco caduto il Muro di Berlino, suscitando molte speranze in un mondo libero da conflitti, ma proprio nel 1991 era scoppiata una guerra planetaria, la prima Guerra del Golfo, con Bush padre contro Saddam Hussein. I sogni di pace erano andati a quel paese in un attimo. Ecco quindi una nuova generazione, disillusa, subito.

È un ritorno al futuro quello di Bardelli, per niente nostalgico, ma molto approfondito. Non a caso il sottotitolo è “Brit Pop, Trip Hop, Crossover, Grunge e altra musica eccitante”, per dire che il 1991 era stato un anno musicalmente molto aperto, senza un vero e proprio genere a trionfare, ma tanti, uniti da chitarre rock. Un anno che segnò un decennio, o almeno questo sembra nelle analisi di Bardelli, che racconta ai ragazzi di oggi la tanta buona musica ascoltata da ragazzo. I famosi dischi, non più vinili ma i cd, ormai passati alla storia anche loro, che in quell’anno superarono le vendite di vinili e musicassette.

Come è nato 1991 – Il risveglio del Rock?

Stavo leggendo Radiohead. This isn’t happening. La storia di Kid A” di Steven Hyden, e a un certo punto Hyden si chiede di cosa discuterebbe con il se stesso sedicenne, se ce l’avesse davanti, e ovviamente intravede il minimo comune denominatore con il lui ragazzo nei Radiohead. Questa domanda paradossale mi ha iniziato a risuonare in testa, girata in soggettiva. Cosa avevo in comune oggi con il Paolo Bardelli sedicenne? Ecco, la risposta che mi si è prefigurata era nel 1991, visto che all’epoca avevo quell’età, in un anno che casualmente era stato anche uno degli ultimi d’oro del rock, non a detta mia. Diventava quindi quasi un imperativo andare a scandagliare il 1991 da un punto di vista oggettivo ma anche con una visuale un pochino soggettiva di un ragazzo che si crea il proprio “io musicale” in un anno così fervido a livello sonoro.

Perché questo titolo? Come mai il rock si sveglia proprio in quell’anno?

Ci sono varie ragioni, e secondo me dipendono principalmente da due aspetti, uno “filosofico” e uno – potremmo dire – prosaico. In primo luogo la caduta del Muro di Berlino sul finire del 1989 creò, nei giovani di allora, una sensazione di libertà positiva, una rinnovata visione dell’individuo e delle sue libertà in una maniera inclusiva, solidale, plasticamente rappresentata dalle istanze che porteranno poi, nel 1992, alla unificazione dell’Europa. Ma in tutto il mondo si respirava che la nostra era una generazione post-ideologica che poteva non “perdere tempo” con le grandi ideologie utopistiche, bensì applicarsi verso una realizzazione più concreta dei diritti delle persone e dell’ambiente. Noi non facemmo nessuna rivoluzione, però la vedevamo così. E quel sentore si incarnò nella produzione musicale dell’epoca, e di tutti i movimenti – brit pop, trip hop, crossover, grunge, post rock, noise, shoegaze e chi più ne ha più ne metta – che si svilupparono nel 1991. In seconda battuta il rock si “svegliò” perché le major tirarono su la tapparella della cameretta delle band alternative, investendo un sacco di soldi in gruppi che facevano musica per certi versi pesante e comunque “difficile”. Questo perché si scoprì proprio in quell’anno, dati alla mano grazie all’introduzione di un software (SoundScan) che registrava oggettivamente le vendite dei negozi di dischi, che il rock vendeva molto di più di quello che si pensava.

Quali sono i dischi e i nomi più importanti che segnali/analizzi? Quali tre, tra questi, porteresti sull’isola deserta?

Non è possibile elencarli qui, è chiaro che il discrimine maggiore lo ha creato “Nevermind” dei Nirvana, perché tutti noi abbiamo capito che Kurt Cobain parlava direttamente a noi e con un linguaggio chiaro, schietto e con una rabbia che ci rappresentava, ma sarebbe molto sbagliato fermarsi lì. La fecondità del 1991 si trova piuttosto in dischi “minori” che vanno riscoperti, come – solo per fare due nomi – l’esordio dei Type O Negative (“Slow, Deep and Hard”) o “Leisure” dei Blur. Io mi porterei sulla classica isola “Nevermind”, “Temple Of The Dog” e “Out Of Time” dei R.E.M.

Se tra trent’anni scriverai un libro intitolato “2021 – Il risveglio del …”, di quale risveglio parlerai? Oppure non c‘è nessun risveglio possibile oggi? Comunque sia, quali tre dischi, di questi ultimi anni, porteresti sulla classica isola deserta?

Se il sottoteso della domanda è che ci sia una fase di “stanca” a livello musicale, la risposta deve essere un categorico no: si produce tantissima musica oggigiorno, il problema è solo selezionarla e setacciarla, perché ce n’è troppa. Questa sovrabbondanza era iniziata con la semplificazione nella registrazione casalinga, e ora si è amplificata con lo streaming. Ma ce n’è molta valida. Non so se a livello di “risveglio”, ma ad esempio quest’anno hanno rialzato la testa le chitarre – penso a un album osannato ultimamente come “Glow On” dei Turnstile, una band che fondamentalmente fa un hardcore melodico ma pesante – dopo un quinquennio di dominazione del pop. Questa evoluzione la affronto specificatamente nel mio primo libro, “Piccola Guida agli Anni Dieci – 50 fatti, 50 album, 50 canzoni”, anch’esso su Arcana, e non posso che rimandare i ragionamenti a quel libro. Del 2020/2021 i 3 dischi migliori mi paiono “A Hero’s Death” dei Fontaines D.C., “Circles” il postumo di Mac Miller, e “A Beginner’s Mind” di Sufjan Stevens e Angelo De Augustine.

Altro da dichiarare?

Di solito alla dogana si risponde “nulla”, e sarei tentato di dirti quello ma non mi parrebbe una bella chiusa. Quindi ti dico che è stata proprio una fatica scrivere “1991. Il Risveglio del Rock” però ne è valsa la pena, perché non avrei potuto dire una parola di più, né una di meno, e il tutto è venuto fuori in maniera molto naturale e spero scorrevole. Spero che i lettori si appassionino, e soprattutto che si possano immedesimare anche i sedicenni di oggi: la passione di un ragazzo per la musica che sente propria è qualcosa credo di immutabile, generazione dopo generazione.