La Casa di Carta 4: una serie che ha perso la sua essenza

di Valerio Fiormonte

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***ATTENZIONE SPOILER***

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Voto 3 su 5. La Casa di Carta, quarta stagione: il declino inevitabile di un racconto che sta andando un po’ troppo per le lunghe? Probabilmente sì.

Alle imbattibili due stagioni iniziali si affianca una terza decisamente sottotono ed una quarta che sì, ha senza dubbio degli spunti interessanti, dei momenti anche molto alti, ma.. no, purtroppo non è in grado di salvare questa serie che aveva avuto così tanto successo qualche anno fa.

La suspense relativa all’etica del Professore potenzialmente infranta sul finale della stagione precedente viene immediatamente risolta nella prima puntata: non è morto nessun poliziotto, “solo” feriti gravi con “al massimo” una ustione di terzo grado. Per carità, nessuno tifava per la strage, ma da lasciarci così col fiato sospeso a “no, tranquilli, tutto apposto!” ce ne passa.

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Rio in La Casa di Carta 4

E Nairobi? L’avevamo lasciata moribonda con un proiettile nel petto, la ritroviamo moribonda con un proiettile nel petto che le ha perforato il polmone. E nell’impossibilità di far entrare un chirurgo nella Banca, ad operarla ci pensa la nostra banda di Cappuccetti Rossi preferiti. Con un’operazione al limite, capace di far impallidire i colleghi della serie “E.R. – Medici in prima linea”, Tokyo e compagni riescono ad estrarre il proiettile. Raga, sul serio, a che servono 6 anni di Medicina e 4 di specializzazione in Chirurgia? Due mesi di corso intensivo in un monastero toscano col Professore e pure Dr House alzerebbe le mani.

Per non parlare poi, della convalescenza. Avete presente Deadpool o Wolverine che si rigenerano praticamente subito dopo che vengono feriti anche mortalmente? Ecco, Nairobi è ancora più rapida. Qualsiasi essere umano definibile normale ci mette mesi, al massimo settimane per riprendersi dopo un’operazione del genere, in cui tra l’altro ha perso anche un pezzo di polmone… lei no. Dopo un paio di giorni al massimo è già in piedi (oddio, quasi, va in giro con un mini motorino stile Super Mario Kart).

Ma mettiamo da parte tutto questo, che come finzione narrativa alla fine ci può pure stare, e soffermiamoci sul ruolo estremamente dirompente di un altro personaggio: Gandìa, il capo della sicurezza. Da inutile agnellino ammanettato diventa più Rambo di Sylvester Stallone e crea il caos più hollywoodiano di questa serie, trascinandosi l’antipatia anche dei suoi stessi parenti fino a fine stagione. Poteva essere anche accettabile la sua rivolta ai fini della trama, ma non per tutti quegli episodi, dai. E poi è seriamente immortale, ha preso più proiettili lui che frecce San Sebastiano (okay questa era troppo colta, lo ammetto) e niente, non muore. Ma che si mangiano i personaggi di questa serie per essere così resistenti!?!

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Gandia in La Casa di Carta 4

La scena cinematograficamente più riuscita? Il funerale di Nairobi. 

Dopo essere stata giustiziata, il personaggio più amato di questa serie fa un breve salto in Paradiso dove trova Mosca, Oslo e Berlino (scena breve, muta, ma bellissima). E dopo viene trasportata fuori, dagli uomini della sicurezza che vengono liberati, in quello che è un funerale degno della “de puta madre”, come sta scritto sulla bara improvvisata.

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Nairobi in La Casa di Carta 4

Ed il funerale è davvero la cosa più riuscita di questa stagione. L’apertura della porta con Helsinki che suona un flebile “Bella Ciao”, la finestra bucata da dove è passato lo sparo, tutto e tutti che si fermano in omaggio. Solo questo riesce a salvare la quarta stagione dal baratro dell’esasperazione e dell’esagerazione.

Sì, perché siamo passati da una serie psicologica, tattica, strategica, una guerra fredda dove la minima cosa poteva far scoppiare la bomba, ad una guerra dove ne sono scoppiate troppe di bombe e proiettili, in pieno stile trash hollywoodiano. Una serie che ha perso la sua essenza, come fu per Fast & Furious, passato da corse clandestine a banale action che con le macchine non c’entra nulla: qui lo stesso, tranne che si parlava di rapine, in cui sì, va bene l’azione, ma no, non così tanta.

Peccato.