A me gli occhi, please!

di Antonello Taurino

Storie di Smemo
A me gli occhi, please!

Chi scrive è un prof. delle medie (la mattina) nonché un comico e attore (la sera). Con questa rubrica,
S-COOL, mi piaceva l’idea di riflettere su alcuni aspetti drammaticamente trascurati nel lavoro quotidiano dei docenti.

Partendo da un presupposto: insegnare e recitare sono due mestieri con molti punti in comune. Entrambi divulgano: prendono pezzi di conoscenza e li mettono in circolazione. Entrambi parlano a una platea, affabulano, cercano di catturare l’altrui attenzione e, disperatamente, di non perderla. Entrambi lavorano su un testo ma a volte improvvisano, annusano la sala, sfogliano i volti, alzano o abbassano voce, ritmo, gesti. Spesso, però, il docente ha la stessa platea di un cabarettista in birreria: un pubblico vivo, rumoroso, pronto alla minima distrazione. E pur non avendo la quarta parete che protegge l’attore teatrale, ne usa gli strumenti inventando astuzie sempre nuove, provando a governare un pubblico che interrompe, o si addormenta e russa, che pensa allo spettacolo dell’ora dopo o che sposta la sedia, manda sms, controlla suonerie, copia, ruba, si lamenta per il posto che gli è capitato (Pubblico di abbonati! Come sempre, i più problematici!). A volte si alza, urla, minaccia azioni legali, piange, chiama i genitori.

Insomma, è vivo.

Che ci piaccia o no, insegnare è una particolare forma di spettacolo con repliche quotidiane di circa 5 ore. Come professione nasce successivamente a quella di cantastorie, attori, comici e giullari di paese, e da essi può imparare moltissimo: come si improvvisa, come ci si smarca, come ci si muove, come si usa la voce e i gesti, come si interagisce, come si spiazza, come si fa ridere, come si fa piangere, come si ipnotizza e come si manipola il pensiero. E allora concentriamoci sul nucleo ineliminabile di ogni esperienza pedagogica (che nessuna riforma riuscirà mai a distruggere e nessuna tecnologia mai a sostituire): l’essere il docente un soggetto vivo davanti ad altri soggetti vivi. Come ogni comico sul palco.

Non che a fare il docente di giorno e l’attore di sera si debba per forza fare i fighi: io lo so fare e voi no. C’è un sacco di fior di professionisti che sperimentano modi tra i più diversi e innovativi di fare questo mestiere. Penso ad Acle, a Luca Piergiovani, a Claudio Dionesalvi, a Leonardo Povia , alle storie raccontate in http://www.masterprof.it/index.html#cosa; o, più specificatamente – per l’uso dell’umorismo nella didattica -, a Ennio Monachesi e Maria Letizia Musu.

Meglio così, più gente sperimenta, più idee circolano. Più idee circolano, più gente si avvicina all’idea che facciamo uno dei lavori più belli del mondo. E soprattutto, più siamo, meno c’è il rischio che chi si danna a sperimentare anche trovate un po’ folli venga considerato come un alieno o un pazzo, scrutato con la stessa aria perplessa con cui si guarderebbe uno che in un film di Bud Spencer proponesse di risolvere le cose a parole. Questo, in fondo, è l’obiettivo di S-COOL: aggiungere un tassellino al molto che già esiste; creare un ulteriore luogo d’incontro virtuale, un forum di scambio di esperienze simili. A me è solo venuta l’idea di mixare cose che ogni docente conosce già, con cose che ogni comico/attore conosce già. Sarebbe anzi carino che prof. e alunni propongano i loro nuovi “approcci ludici”. Insomma, diversamente da quello che vogliono farci credere, la Scuola è nostra: damoje dentro!

Cosa trovate in queste rubrica? Trovate spunti pensati per i prof. ma anche per i ragazzi. Di scuola media e superiore. Più spesso si parlerà di materie letterarie, ma con qualche audace sconfinamento in Arte, Musica e Matematica. Perché insegnare è una scienza che con un po’ di arte può diventare magia.

Per dire: voi quando spiegate dove state? State in cattedra? Vicini alla porta pronti a scappare o vicini alla finestra alla Nanni Moretti: “Si nota di più se parlo di Pascoli e la poesia, o di pascoli e i bovini?”. Io cammino in mezzo ai banchi: tiene sveglio me e tiene più svegli i ragazzi. A volte tengo in mano una palla da tennis e, ogni tanto, fingo di lanciarla ai ragazzi. Ogni tanto, lievemente, la lancio davvero: non più di una o due volte a lezione, però, perché se no finisce la sorpresa. Lo faccio perché è un modo per spostare i miei ragazzi da un torpore sedentario ad uno stato di pronta eutonia, cioè di “tensione rilassata”, per costringerli a organizzare il proprio corpo eventualmente ad afferrarla.

La faccio complicata: questa necessità, basata su basilari principi di psicomotricità ma che per i ragazzi è solo un gioco, attiverà l’alunno in una modalità di maggior ascolto e attenzione anche dal punto di vista mentale. La faccio semplice: o la prendi o ti colpisce: ma se sei sveglio per prenderla al volo, è possibile che tu sia anche sveglio abbastanza per capire che se parlo di “Leopardi” non sto spiegando la fauna della savana. Afferrare la pallina, infatti, non è un esercizio di perizia atletica, ma solo di attenzione. I prof. sanno riconoscere subito un alunno disattento: è seduto come un sacco di patate. Una sola avvertenza, però: se utilizzate questo trucco, spiegatene ai genitori la finalità. Una volta mi hanno chiamato in Presidenza preoccupati perché una mamma ci era andata sconvolta: “Il prof lancia le palle in classe?!! Ma mia figlia non è un cane!!”. Ho capito, signora, ma qualcuno le insegni ad andare a riprenderle!

Ma siccome la vita in classe è un gioco delle parti (“Io cerco di capire, ma tu fammi capire”. Oppure: “Io cerco di farti capire e tu aiutami a capire se hai capito”), non mi sono fermato qua. Ho concordato con i ragazzi una parola; quando la pronuncio  – in qualsiasi momento e spesso in modo del tutto a sproposito -, loro devono battere le mani. Una volta sola, però, e tutti insieme. Chi arriva fuori tempo? Era inevitabilmente distratto, quindi nota. Due consigli. Primo consiglio, scegliete una parola che si stacchi un po’ dal vostro vocabolario normale. Se ne scegliete una molto comune, rischiate di passare l’ora tra gli applausi, il che esalterebbe il vostro ego ma il programma ne risentirebbe. Sceglietene una probabile, ma che richieda attenzione. Sconsiglio, ad esempio, “condiloma” o “prepuzio” perché sono difficili da infilare in un discorso sul Manzoni: “A quel punto, Renzo si affacciò sul prepuzio” oppure “Don Abbondio allora disse: Perpetua,  passatemi aceto, olio e tutti gli altri condilomi per l’insalata!”. L’ideale sarebbe una parola che cambia ogni volta e che ha un suo perché nella lezione. Ad esempio, se la lezione è su “I Promessi Sposi”, potrebbe essere: “E che due palle!!”. Oppure, per farla più difficile, “Bravi!”. Secondo consiglio sulla nota: non scrivete sul registro “L’alunno non batte le mani quando il prof. lo richiede”: potrebbe essere frainteso. E per inciso, ho deciso di introdurre questa regola anche quando faccio cabaret, perché mi sono stufato di lavorare senza la gratificazione di un applauso.

Se questo non dovesse bastare a rendervi il prof. più amato della scuola, potete tentare quest’altra strategia: sparare agli alunni. Io lo faccio ogni volta che sbagliano risposta alle mie domande. Sparare? Sì, sparare. Mimando, ovviamente, con le dita: è la mia personale versione dell’arnoldesco “Che cavolo stai dicendo, Willy!”. A quel punto l’alunno risponde al gioco simulando una drammatica dipartita  e accasciandosi sul banco. È un momento molto commovente: ne ho alcuni che muoiono sul colpo e di altri che hanno delle agonie da soap opera. Preferisco i primi per ragioni di velocità, ma i secondi sono meravigliosi perché iniziano a parafrasare le frasi in punto di morte dei grandi della storia: una volta uno è morto citando Giulio Cesare, sintetizzandone così il pensiero: “Certo che anche tu sei proprio un cesso, figlio mio”. Però, al netto della precisione dei riferimenti, seriamente, funziona: gli alunni restii ad intervenire, per timidezza o paura di sbagliare, alla fine giocano, si smollano un po’ e iniziano a partecipare. Oppure si sparano da soli.

Insomma, provate. Se volete, se vi va. Poi fatemi sapere. Dal teatro ho imparato che le cose non vengono bene subito, ci vuole del tempo, ma se non si parte… E poi, anche se la vostra performance fosse disastrosa, cosa abbiamo da perdere? Ma non perché ormai “la scuola italiana, peggio di così..”, no, ma per sfruttare la favorevole possibilità per cui se io, come comico, una sera non faccio ridere, c’è il rischio che non abbia più l’occasione di trovare un altro palco su cui esibirmi; mentre, come docente, ho il vantaggio che la replica del giorno dopo, comunque vada, è assicurata.

È proprio vero: noi docenti siamo dei privilegiati!