A me le orecchie, please!

di Antonello Taurino

Storie di Smemo
A me le orecchie, please!

Mi dicono che qualcuno ci sta provando, che cominciate a lanciare palle, a sparare agli alunni, a fare grammatica coi comici e Storia con Internet. Mi sono anche giunte voci di qualcuno che esagera: c’è quello che, con un mappamondo in mano, ci da dentro di “Essere o non essere”, e quell’altro che ormai lancia le interrogazioni come fosse Claudio Bisio: “Prima erano un trio, adesso è da solo: l’uomo che vuol riparare il brutto voto in greco.. direttamente dalla terza fila, qui sul palco della III G, applauso per Saverio Maaaaaaaaarozzi!!!”. Insomma, le cose procedono con solerzia ma, a furia di gridare, cantare, giocare a qualcuno sono saltate le corde vocali.

Ahi, la voce! Croce e delizia! Il nostro strumento più potente ma anche il più vulnerabile. Le afonie tra i docenti sono più frequenti dei crolli di calcinacci nelle aule, ma se vogliamo fare della voce il nostro flauto magico, dobbiamo imparare ad usarla e preservarla: ne trarrà giovamento la gola dei docenti e l’attenzione degli alunni.

Per cominciare, le corde vocali funzionano come un muscolo: basta un unico movimento scomposto a freddo e uno strappo te lo becchi. Sicché, puoi parlare per ore senza danni, ma con un singolo urlaccio improvviso ti ritrovi muto come un pesce rosso che gioca al gioco dei mimi. Hai un bel dire che bisognerebbe allenare la voce ad appoggiarsi sul diaframma (non l’anticoncezionale, su quello ci si appoggi – di rado – altro), il muscolo che controlla l’emissione dell’aria! Come? Provate, per un attimo, a parlare dopo aver gonfiato il basso ventre d’aria: tenetela lì e lasciatela uscire poco a poco. Se si può intuire che la fonazione (parlare, urlare, cantare) deve essere condotta sempre e solo durante l’espirazione, pochi sanno che il volume della voce non ha niente a che fare con la quantità d’aria espulsa, per cui, come potete continuare a sverniciare con la violenza di uno tsunami Marozzi che si scappera senza ammazzarvi le corde vocali? Per far uscire a poco a poco quell’aria e tenerla lì incassata, “seduta” sotto lo sterno, bisogna, mentre foniamo, immaginare come se invece l’aria dovesse entrare (attenzione, non vuol dire parlare inspirando, che è dannosissimo e farebbe oltretutto effetto Esorcista). Quindi, per esercitare la funzione frenante del diaframma, stendetevi, riempite la pancia d’aria e poi allenatevi a tirar fuori quella stessa quantità d’aria con un’espirazione prima di 10 secondi, poi di 15, poi di 20… Fermatevi solo a cervello iperventilato (leggi “mal di testa”) o se avete battuto il record d’apnea di Maiorca, perché a noi di aria ne serve davvero molto meno.

Ok, salvata la voce possiamo provare a usarla meglio, imparando qualche trucco. Il primo è guardare come fanno quelli veramente bravi. Andate sul sito www.ted.org e dato che stiamo parlando d’istruzione, vi consiglio di cominciare da quello di Sir Ken Robinson. Se vi piace, sarete voi a voler proseguire questo viaggio nel mondo del public speaking (che poi sarebbe comunicazione verbale, non verbale e paraverbale, ma fa più figo dirlo in inglese, nonostante avesse già detto quasi tutto Cicerone nel De Oratore).

Il vero segreto di una voce interessante è lo stesso per una lunga relazione di coppia: variare. Spiego: ognuno di noi, non solo Sandro Ciotti o Sandra Milo, ha un tono di voce medio individuabile con una precisa nota musicale in cui più spesso si esprime, la nota-casa o “livello di indifferenza”. Potremmo registrarci mentre parliamo “a riposo”, individuare a quale nota corrisponde sul pianoforte e da qui far partire il trucco: la nostra voce diventa più interessante se impariamo a spostarci dalla nostra nota-casa. È un DO? Potremmo passare consapevolmente ad un RE, a un MI, o abbassarla ad un SI, allargando la nostra gamma di suoni. Non si tratta di cantare, ma semplicemente di evitare di essere un prof. monòtono, cioè mono-tòno. Il mono-tòno è il miglior alleato della sonnolenza scolastica, quello che spedisce dritto l’alunno tra Morfeo e il calcetto del pomeriggio. Per capirci, avrete notato che nei talkshow televisivi quando un ospite parla troppo l’inquadratura cambia più spesso: perché? Perché se non cambia l’inquadratura il regista, siamo noi a cambiar canale. Stessa cosa per il ritmo: se parliamo sempre con la stessa cadenza (numero di parole/unità di tempo), è facile che i nostri alunni ci danno retta più o meno quanto noi ne diamo all’hostess in aereo durante la dimostrazione. È proprio una questione fisica di percezione mentale. Per cui anche qui: spighiamopronunciandotanteparolevelocementeunadopolaltra. Poi ci fermiamo, e pronunciamo lentamente

una

               parola

                                     alla

                                                         volta

Poidinuovoveloceepoiancora

                                         

parole 

                   staccate

Se poi riusciamo a far coincidere la parole staccate con qualche definizione incisiva o formula da ricordare, allora possiamo fare il botto. È una questione di accenti e, spesso già lo facciamo d’istinto. Per esempio, leggete queste quattro frasi identiche, ponendo l’accento sulle parole in grassetto. Cambia il senso?

Io voglio andare a casa

Io voglio andare a casa

Io voglio andare a casa

Io voglio andare a casa

Non è che dovete rappare come Fedez, presentarvi in aule con catene al collo, tatuati come una chiesa bizantina e sparare “Oggi vi sfondo di Catullo”; Alfieri non deve diventare Viktor “Semprevolli” Alfierus e Manzoni non serve sia Ale “Manzoganzo” Manzoni ma, in generale, semplicemente, variate ogni tanto il tono, il ritmo e anche il volume. Lo so, difficile con tutte le cose da pensare mentre si spiega, ma col tempo l’esercizio fa miracoli e vi diventa automatico (come quando cambiamo marcia guidando, o giriamo pagina del giornale se c’è foto di Salvini), anche perché sono efficaci anche poche e lievissime di queste variazioni.

Poi ci sono le mani, il “gesticolare”. Siccome il 70% di quello che raccontate ai ragazzi passa attraverso i nostri movimenti, la comunicazione non-verbale, cerchiamo di guardarci allo specchio mentre parliamo. Per esempio: imponetevi per un minuto di spiegare tenendole assolutamente ferme. È un esercizio semplice ma ci regala la consapevolezza dei nostri gesti. Le mani sono la nostra bacchetta da direttore d’orchestra: devono aiutare, accompagnare, sostenere la voce e le parole. Non sapete da dove cominciare? Mettetevi davanti a uno specchio e diventate il primo spettatore di voi stessi. Un altro bell’esercizio è quello di immaginare di avere davanti a voi, oltre a quella alle vostre spalle, una lavagna trasparente: parlate disegnandoci sopra. Prendete appunti, ma immaginando che qualcuno vi stia leggendo: volete sottolineare una frase che state dicendo? Scanditela e ‘scrivetela’ sulla vostra lavagna invisibile. Ma da destra verso sinistra, in favore di pubblico-classe, perché chi vi ascolta deve poterla leggere.

Infine c’è lo sguardo. Gli attori lo sanno bene: a volte è poco utile guardare “tutti” in modo generico. Quando potete, è molto più efficace infiggere gli occhi fisso per 5 secondi in quelli di un singolo alunno, poi passare ad un altro, e così via. Oltre i 5 secondi passate per fissato, oltre i 10 per stalker, dai 20 in su potreste ricevere il serio consiglio di prendere i voti. In ogni caso, anche solo per quei 5 secondi, l’alunno si sentirà più considerato (se già attento) e più controllato (se tende alla distrazione). E la cosa è contagiosa, perché quello sguardo sarà un avvertimento, un trailer per tutti gli altri: “Tra 5 secondi potrebbe toccare a te”. Ammetto che qui la ratio è un po’ da brigatista anni ’70 (“Guardarne uno per controllarne cento”), ma aggiungerei un trucchetto da politico se volete apparir più autoritari: provate a limitare i battiti di ciglia. Non concedete spazi di fuga alla vostra ‘vittima’. Ma dopo 5 secondi passate oltre e battetele un po’: ok il controllo, ok essere temuti, ma spendere poi tutto il magro stipendio per curarvi la congiuntivite è da idioti.

Ultima dritta, per quei giorni che la classe non riesci a tenerla manco con l’esercito. Beh, lì la cosa più sbagliata da fare sarebbe urlare più di loro. Se volete ottenere subito un silenzio duraturo, sapete che fate? Fingete un malore: bloccatevi, mano sull’addome e occhi sbarrati verso il basso in silenzio, tipo Andreotti a “Buona Domenica”. Dopo un po’, direte “Scusate.. ragazzi, ho un dolore da stamattina.. ma dicevamo?”

Ovviamente, è un trucco, e come tutti i trucchi, non va usato sempre: bisognerebbe padroneggiarne tanti e alternarli.

(Ok, Andreotti il trucco di stare zitto l’ha usato per cinquant’anni, sempre lo stesso, ma quello, vabbè, è un altro discorso…)