A proposito di Davis

di Michele R. Serra

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A proposito di Davis

I fratelli Coen adorano la musica di Bob Dylan. Dicono che Dylan ha cambiato tutto, quando è arrivato per la prima volta sui palchi di New york, nel 1961. Sinceramente, non c’è motivo di non credergli. Però l’ultimo film dei fratelli Coen non parla di Bob Dylan, ma di quelli che hanno suonato sugli stessi palchi prima che lui cambiasse tutto. Il protagonista non è Bob Dylan, ma un gatto.

Ok, un gatto e un musicista. Il musicista è Llewyn Davis, che prova a sfondare dai palchi del Greenwich Village, New York, a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Lì tutti fanno musica folk (pre-Dylan, appunto). I cantanti si esibiscono senza compenso, vengono pagati solo con le offerte del pubblico, e magari poi quando è il momento di tornare a casa viene fuori che non c’è una casa a cui tornare. Che è esattamente la vita che fa Llewyn Davis.

Llewyn è un personaggio frutto della fantasia dei Fratelli Coen, che in effetti hanno scritto solo una volta all’inizio dei loro film “ispirato a una storia vera”. Era all’inizio di Fargo, ed era assolutamente falso. Questo A proposito di Davis, invece, è forse il più realistico della loro carriera. Non vero, ma credibile, perché fondato sulle tante storie degli artisti che in quel periodo, in quella fetta d’America, semplicemente non ce l’hanno fatta. E hanno avuto delle vite, bè… abbastanza complicate.

La vita di Llewyn Davis è complicata, ma noi lo sentiamo cantare, e a poco a poco diventiamo fiduciosi. Di più, siamo sicuri che quelle canzoni che strappano il cuore lo faranno diventare una star, un poeta riconosciuto, che vende dischi e certo non ha problemi economici o personali, non più.

Succede così, nei film americani, no? Sono loro che hanno coniato l’espressione rags to riches, o sbaglio? Ma questo è un film dei fratelli Coen, quindi non è detto che le cose vadano bene. Anzi.

A proposito di Davis è un film che – visto da noi che stiamo dall’altra parte dell’oceano – appare profondamente americano. C’è un loser dotato di grandi doti artistiche, c’è un viaggio attrraverso gli Stati Uniti, ovviamente in auto, che ti fa incontrare gente strana. C’è la fortuna sempre dietro l’angolo. Non è uno di quei film che gridano “guardami, guardami!” come altri dei fratelli Coen, si svolge in tono minore, su un piano più intimo. Non va da nessuna parte, davvero. Eppure riesce a essere allo stesso tempo incredibilmente dolce e crudele, e divertente e triste e intelligente e ignorante. Vivo.

PS: ve l’abbiamo detto che c’è pure Justin Timberlake?