A testa bassa

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
A testa bassa

Mi si rimprovera che non alzo la testa, che non guardo quello che vi è sopra di me: “hai presente il capitello?”, mi fa.

Sono un modello involontario del pensiero in movimento: mentre cammino la testa mi si riempie di pensieri, più cammino e più si fa pesante, e più si fa pesante più si volge verso il basso.

Cammino per le vie di Buenos Aires, così, come potrei camminare per le vie della mia città, soppesando a testa bassa. Come se le conoscessi digià le vie che percorro. Qualcuno potrebbe pensare, guardandomi, che non osservo ciò che passa, e può anche darsi che sia un osservatore perspicace colui che si lascia andare a tal giudizio, tuttavia, anche se il mio sguardo è rivolto verso il basso, le cose si materializzano davanti ai miei occhi all’improvviso, come se strappassero il mio sguardo, come se non decidessi io cosa guardare, quando e perché: sono in balia del capitello, è lui, con i suoi tempi e le sue ragioni, che guarda me e non io che guardo lui.

Per via di tutte queste apparizioni, mi accorgo che…

Mi accorgo che qui, come nel resto dei paesi civilizzati, non vedono l’ora che un palazzo vecchio non sia più agibile per avere la possibilità di buttarlo giù e di costruirne un altro di palazzo, non vedono l’ora di innalzare i loro idoli di cemento, che qui chiamano pesos. Tuttavia, i quattrinai non hanno fatto i conti con il vecchio che resiste alla iettatura (l’anticaglia a Buenos Aires è un feticcio). E resiste, io trovo, perché vi è una squisita aria nostalgica che pervade le vie di questa città: sarà per questo che anche il palazzo più pacchiano di tutti in fin dei conti non è poi così pacchiano, almeno secondo il nostro modello di pacchianità, che è comunque un livello molto basso: il cattivo gusto parla italiano. Deh, per chi lo agogna, è lecito tirare un sospiro di sollievo, e recitare un rosario a norma di legge, in ossequio ai numerosi antiquari che profumano di avanguardia le vie di Buenos Aires, difendendola.

Mi accorgo che in città c’è una fila ordinata e silenziosa ad aspettare l’autobus, che sembra di essere a Parigi. Ed è molto strano tutto ciò, soprattutto alla luce di un fatterello che mi è accaduto un paio di minuti fa, quando l’automobilista ha provato in mille modi ad investirmi.

Vado-a-piedi per le vie della Boca, un ex quartiere operaio di Buenos Aires, e, quand’anche disturbato dall’odore offensivo che proviene dalle acque del porto, un episodio si accorge di me: due bambine, appena uscite da scuola, iniziano a litigare tirandosi i capelli con una ferocia così pura che non riesco a chiudere la bocca e a fare nessun passo per cercare di dividerle. Sono due bambine dell’età di 6 anni, circa, che stanno cercando di strapparsi i loro bellissimi capelli lunghi e neri con una caparbietà nel non capitolare che io non ho mai riscontrato in nessun fatto della mia vita. La zuffa termina per l’intervento di una serie di fattori, non ultimo la stanchezza di darsele di santa ragione, e ciò che più mi stupisce mi ha stupito e mi stupirà è la naturalezza con cui una delle due ragazzine, immediatamente dopo la fine della violenta discussione, si lega i capelli e sale sull’autobus come se non esistessero più i brividi.

Mi accorgo della Bombonera, lo stadio del Boca Junior. Ci sono sotto e alzo la testa e sembra che tutto quello che mi circonda sia dedito alla taumaturgia.

Mi accorgo che la parrilla è la religione di stato e che la propina no está incluida e che se non conosci il chimichurri non sei mai uscito dall’Italia.

Mi accorgo che c’è un’altra consuetudine che ricorda Parigi: il caffè fa schifo.

Mi accorgo che il mezzo di comunicazione più usato non sono gli sms ma il teatro.

Mi accorgo che chiosco si scrive con la “k” e che calle libertad si è venduta all’oro.

Mi accorgo che rovistare nei cassonetti della spazzatura per certuni è un lavoro e per gli occhi dei Porteños  una normalità, come un morto ammazzato per la via agli occhi dei napoletani. A volte, a mio avviso, sembra che l’unica cosa importante per l’uomo sia avere un buco dove ficcarcisi. Forse è per questo che le anime sensibili sono sconvolte ogni volta che avvistano un ratto, gli ricordano quanto siamo miseri.

Mi accorgo che c’è un’ennesima consuetudine che ricorda Parigi, il sussidio. Con la seguente differenza sostanziale: mentre a Parigi questa forma d’aiuto alle classi meno abbienti viene definita stato sociale, qui la si definisce politica populista.

Mi accorgo che la fugazzeta è una pizza argentina e non italiana.

Mi accorgo che la danza cacharera riesce ad essere un ballo sensuale senza che la coppia di ballerini s’incontri fisicamente mai.

Mi accorgo che i graffi sui muri, i graffiti, sono fin troppo colorati per i miei gusti.

Mi accorgo che el Tute mi fa ridere e che le origini italiane sono mostrate come fanno  i reduci di guerra con le loro medaglie, raccontano una brutta avventura.

Mi accorgo che… dale, que lo pases lindo!

foto dal libro Tuterapia, Tute, ed Sudamericana comprato a Buenos Aires