Alan Turing e l’invenzione del computer (o quasi)

di Michele R. Serra

Rivoluzionari - Storie di Smemo
Alan Turing e l’invenzione del computer (o quasi)

 

Sherborne, una piccola cittadina della campagna inglese, 1927. Un ragazzo poco più che adolescente corre, da solo, nei campi vicino al college che sorge proprio ai margini di quel paesino. Corre perché gli piace, e perché non ha molto altro da fare, non ha molti amici. Quel ragazzo, che si chiama Alan Turing e viene da Londra, non si rende conto che la sua corsa lo sta portando molto più lontano di quello che crede: lo sta portando addirittura nel futuro.

Alan Turing continuerà a correre, anche se non diventerà mai un maratoneta professionista (qualche gara sì, però: lo dimostra la foto qui sopra). Correre, dice lui, lo aiuta a sgomberare la mente, a pensare meglio. Ad avere idee rivoluzionarie, come quella di una macchina che sa eseguire calcoli complessi. Un cervello meccanico. Ma prima di arrivare alla grande visione del futuro di Alan Turing, torniamo indietro, in quel campus nella campagna inglese pieno di studenti.

Turing, genio triste

Turing, uno dei più grandi matematici e logici della storia, è in effetti un genio sin da ragazzo, e a scuola si annoia abbastanza. In più, non è molto popolare, perché è sempre sulle sue, perso tra i suoi pensieri. E ha un altro problema ancora: si è innamorato del suo migliore amico, Christopher, anche lui studente talentuoso. Ma non sa cosa farsene, perché in Inghilterra a quei tempi era difficile trovare posto per un sentimento del genere.

Le cose non vanno bene per il giovane Turing. Il suo amato Christopher muore di tubercolosi alla fine del college. Alan entra nella prestigiosa università di Cambridge con la morte nel cuore, e si butta ancora più forte negli studi. Il suo talento viene notato presto. Nel 1936 è un brillante matematico, e ha l’idea che cambierà molte vite, non solo la sua: una macchina automatica applicata al calcolo, per risolvere problemi complessi. Scrive un saggio che si intitola On computable numbers, e già solo in quel titolo c’è molto di quello che sarà il futuro. Di più, Turing studia il concetto di intelligenza artificiale, immagina di poter conversare con un’entità di pura logica, non distratta da preconcetti e convenienze sociali, forse addirittura una macchina capace di replicare quel modello di amicizia romantica che ha perduto inesorabilmente qualche anno prima. Sarà la storia a offrire ad Alan Turing la possibilità di rendere realtà quella visione.

Il codice Enigma

Turing non aveva neanche trent’anni nel 1940, quando fu chiamato al servizio del governo britannico. Siccome era uno dei più brillanti matematici e crittografi del regno unito, avrebbe dovuto far parte della task force di scienziati che avevano il compito di decifrare Enigma, il sistema che permetteva ai nazisti di comunicare senza far capire una parola ai nemici. Alan e i suoi colleghi riusciranno nell’impresa, costruendo una macchina capace di svolgere centinaia di operazioni al minuto, fino a decrittare il codice nazista. Uno dei primi computer, in tutto e per tutto, destinato a far vincere la guerra agli alleati. Insieme alla bomba atomica, l’arma più potente usata in quella guerra fu il cervello di un uomo, e la sua visione del futuro della tecnologia, nata dal genio e resa più forte dalla sofferenza.