Alexander Fleming e la rivoluzione della medicina

di Michele R. Serra

Rivoluzionari - Storie di Smemo
Alexander Fleming e la rivoluzione della medicina

A volte si trova quello che non si cerca. Non è un proverbio zen della scuola Rinzai, ma la frase più famosa di Alexander Fleming. Perché in effetti Fleming ha visto il futuro della medicina, ma lo ha fatto soprattutto grazie a un errore, rimasto nella storia.

La scoperta del primo antibiotico

Nato nel 1881 in una fattoria della campagna scozzese. Rimasto orfano di padre a soli sette anni fa immensi sacrifici per studiare e arrivare alla laurea, senza l’appoggio economico della famiglia. Va a lavorare sulle navi per pagarsi l’università, e lì il suo talento e la sua eccezionale inelligenza vengono notati da Sir Almroth Wright, microbiologo, professore di patologia ed uno dei maggiori esperti di immunologia del tempo, che lo fa diventare suo allievo prediletto e lo prende a bottega nel suo laboratorio. Lì Fleming lavora su colture di batteri, cercando di sviluppare un antibiotico naturale. Li tiene lì, i suoi batteri, li cura come animaletti domestici, in attesa di trovare il modo più efficace per ucciderli. Ma non ci riesce, e nel 1928 si prende qualche giorno di vacanza con la moglie, lasciando nel laboratorio le sue colture. Al suo ritorno nota che uno dei vetrini su cui proliferano i batteri è diverso dagli altri: al centro è sporco, gli è cresciuta sopra un po’ di muffa, e intorno a quella muffa i batteri non riescono a crescere. Eccola lì, la penicillina, il più importante antibiotico che la scienza medica abbia isolato durante il secolo scorso.

Alexander Fleming

Le grandi scoperte non si fanno da soli

Ecco, quella storia più o meno la conosciamo, però pensiamo a quello che può significare. Noi siamo abituati a pensare alle grandi invenzioni come frutto di un’unica grande mente, del singolo genio che ha il suo momento in cui grida “Eureka!“O qualcosa del genere. Ma in realtà, quello non succede quasi mai. Edison che inventa la lampadina, Bell o Meucci che inventano il telefono, i frateli Wright che fanno volare il primo aeroplano. In realtà il lavoro degli scienziati è sempre collettivo, e il mito del singolo inventore è quanto di più falso esista nella storia della scienza. Cosa avrebbero fatto i fratelli Wirght senza Leonardo da Vinci? Poco. Niente avrebbe fatto Bell senza Philip Reis, che aveva inventato un trasmettitore di suono nel 1860, e senza Herman Von Helmholtz, che aveva inventato il ricevitore. Quando si inventa qualcosa da soli, bè, è quasi sempre un errore che diventa un colpo di fortuna. Come è successo a Fleming. Ma anche a Charles Goodyear per la gomma vulcanizzata, a Louis Daguerre per la fotografia, eccetera, eccetera.

La penicillina? Una storia (quasi) magica

Abbiamo detto che Fleming riuscì a studiare nonostante le sue umili origni di orfano. Beh, una leggenda nata negli anni Cinquanta racconta che Fleming avrebbe avuto la possibilità di studiare per un altra casualità. Si diceva che Alexander salvò la vita ad un bambino che, caduto in uno stagno, stava per affogare. Il bambino tratto in salvo sarebbe stato Winston Churchill, i cui genitori, riconoscenti, avrebbero dato al giovane Alexander i soldi per studiare. Non è una storia vera, ma aiuta a capire che la storia della penicillina ha qualcosa di magico, e come diceva lo stesso Fleming “aiuta a illustrare il peso della sorte, della fortuna, del fato o del destino, come lo si vuole chiamare, nella carriera di ogni persona“.

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