Alfio con noi

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
Alfio con noi

“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.
Il cruccio e Alfio si sentono come se stessero dentro un mare, dove nulla si sente se non la mezza idea di risalire in superficie.
Alfio risale in superficie giusto in tempo per vedere che di fianco a lui si è seduta una ragazza dai capelli fulvi impegnata a digitare sul suo smart-phone la sua posizione attuale: “sono qui e per nessuna ragione al mondo potrei essere altrove”. Alfio e quella ragazza sono lì per davvero, e sembra che l’unico ad accorgersene sia solo il primo.
Alfio non fa neanche in tempo a pensare a come avvicinarsi alla ragazza dai capelli fulvi che la ragazza non è più lì; già posizione.


Cosicché il pensiero riaffiora.
“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.
Il bar dove Alfio si sta bevendo un vino bianco di Sciacca è nel cuore della Vucciria, un quartiere di Palermo indove ci fanno il mercato, “ma che non è più come una volta”. Eppure la Vucciria non ne ha abbastanza della vita: delle voci, dei volti, degl’incontri, degli scontri, delle anime, dei corpi, della carne; del silenzio non mai.
Alfio beve e si guarda attorno cercando pretesti che lo distolgano dal pensiero in cui si è ficcato, il pensiero di quella bella silhouette sinuosa che si muove con sapienza pur essendo dipinta.
Gli occhi di Alfio incontrano la fauna della Vucciria: si capisce che nessuno ama lo scirocco. D’altra parte lo scirocco soffia ai sensi di legge; spira da sud-est nomine domini.
Il signor Tale, che si vede che è un habitué, ordina il solito e l’oste mette mano a una bottiglia di plastica che contiene un liquido che ricorda il colore dell’aperol, si capisce benissimo che è una porcheria. E’ un preparato fatto apposta per gli habitué dal signor Totò, il proprietario del bar, con l’intento di diluire il vino, e non perché ve n’è carenza.
Il signor Tale, che si lamenta dello scirocco, se lo beve tutto d’un fiato il preparato, si vede che è giù di corda.
Mentre il signor Tale deglutisce, i discorsi fluttuano collettivi. Nel bar vige un dialogo orizzontale che Socrate riposerebbe in pace. Financo il signor Totò, dall’alto del palcoscenico del suo bancone, partecipa ai discorsi in modo orizzontale; dall’orizzonte ne esce solamente quando somministra, ossia quando diventa padrone. Egli, così devoto al pragma.
Nel bar del signor Totò si è soliti parlare del più e del meno, di minne e del pallone, si scherza ma si dice vero con una leggerezza che neanche la politica e la religione, ossia la consorteria, possono turbare.
Dev’essere davvero rincuorante per i frequentatori del bar, e non, sapere che dal signor Totò si respira l’indipendenza da tutto ciò che succede all’esterno, sapere che dal signor Totò non ci si schiera, in quanto c’è un unico schieramento, la Forst: il toccasana dei toccasana.
È indispensabile solo possedere moneta in questa specie di autarchia, anzichenò. Del resto, nessuno è perfetto.
Alfio, frattanto, in ottemperanza alle consuetudini del posto, si lamenta del caldo. Guardandolo si può notare ad occhio nudo che del suo cruccio gli è rimasta sul volto la stimmate; “il volto è tutto”, ci dice il Guttuso.
“Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste.
“Prima devi saldare il conto”, gli fa l’oste ad Alfio.
Alfio allora, risentito, si chiude a chiave nella sua mente a fabbricare ragionamenti sul come andare incontro al suo volto, al caldo e al recupero crediti.

 

“Il volto è tutto, sulla faccia della gente c’è la storia che stiamo vivendo, l’affanno dei giorni. La portiamo incisa più dei fatti che ci accadono in presa diretta o che avvengono lontano: noi siamo la vera pellicola della realtà; e io la dipingo.” Renato Guttuso

il bar della Vucciria, agosto 2013