Alice attraverso lo specchio

di Michele R. Serra

Recensioni
Alice attraverso lo specchio

Sono passati sei anni da quando la Disney si è imbarcata in un’impresa non da poco: rifare Alice nel paese delle meraviglie, remakkare (esiste, come parola?) uno dei più amati classici di casa, in una versione con attori in carne ed ossa più effetti special. Addirittura affidandolo a uno dei registi più visionari dell’ultimo mezzo secolo hollywoodiano, Tim Burton (che aveva iniziato da giovane a lavorare proprio alla Disney, tra l’altro).

Dunque, tirando le somme possiamo dire che quell’Alice del 2010 non è sicuramente rimasto nel cuore di una generazione di spettatori come quello a cartoni animati del 1951. Ma ha incassato comunque un bel po’ di soldoni, e quindi insomma: vuoi non fare un sequel? Certo: eccolo qua.

Si intitola Alice attraverso lo specchio, come il seguito del libro scritto da Lewis Carroll nella seconda metà dell’Ottocento. Ma Carrol qui c’entra poco o niente, il libro originale c’entra poco o niente. Neanche Tim Burton nel 2010 era rimasto granché fedele al testo, e in questo seguito si limita a fare il produttore e a chiedere l’aiuto dei suoi vecchi amici Danny Elfman (autore della colonna sonora) e naturalmente Johnny Depp, nei panni del Cappellaio Matto.

Ma veniamo al riassunto del film. Dunque: Alice viaggia nel tempo. Il che significa che ci mostra le risposte a una serie di domande (che peraltro non ci eravamo fatti) tipo: com’è stata l’infanzia del cappellaio matto? Perché la regina rossa – quella con la testa gigante che vuole tagliare la testa agli altri – è così cattiva? E soprattutto, non per ripetermi, ma: perché ha quella testa gigante?

Insomma, in pratica è come nei film di supereroi: questa è la storia delle origini del Sottomondo, a.k.a. Paese delle meraviglie.

Ora, di solito non critico le storie dei film, tantomeno quelle scritte da sceneggiatrici professioniste come la signora Linda Wolvertoon, autrice di questo Alice attraverso lo specchio. Però mi riesce difficile non pensare che la protagonista (interpretata come nel primo episodio dall’australiana Mia Wasikowska) sia davvero una stupida egoista. Cioè: il motore della storia è il desiderio di di aiutare il suo amico Cappellaio (che è triste). Come fare? Presto detto: andare dal signor Tempo (che è un uomo, e tra l’altro è Sacha Baron Cohen, quindi Borat è il tempo: questo sì che è strano) e rubargli la cronosfera magica che permette di viaggiare nel tempo. Il tempo la avverte: “attenta, se tocchi il passato potresti distruggere, tipo, l’intero universo!” Lei, siccome il suo amico è triste, se ne frega e rischia di annichilire milioni di esistenze. Cioè, io ci avrei pensato un paio di volte…

Vabbè, comunque. L’importante è che il film sia divertente, no? Certo. Peccato che non lo sia.

Se nelle scuola di cinema dovessero mostrare agli studenti un esempio di fallimento cinematografico, potrebbero usare questo Alice attraverso lo specchio. Un film pieno di effetti speciali inutili, di attori famosi senza niente da fare (primo tra tutti Johnny Depp, naturalmente), pieno di tutto tranne che di emozioni.

E poi, è un film che cerca di dare un ordine e soprattutto una morale al mondo di Alice, che ci piace proprio perché non ce l’ha. Questo è davvero il peccato più grave.