Angelica: “L’arte è il termometro per indicare lo stato di salute di un Paese”

di Irma Ciccarelli

Le Smemo Interviste
Angelica: “L’arte è il termometro per indicare lo stato di salute di un Paese”

“Storie di un appuntamento è la libertà di fare qualcosa di creativo”.

La cantautrice Angelica, voce dei Santa Margaret, torna con un nuovo progetto solista dal titolo “Storie di un appuntamento” per Carosello Records.

Un album che racconta, attraverso i suoi testi e le sonorità, il risultato di una ricerca personale e creativa, un viaggio di introspezione dove il synth è la voce narrante di emozioni e sentimenti.

Timbro inconfondibile, raffina interpretazione e rara sensibilità, quella di Angelica è la prova di quanto la sperimentazione, sentita e autentica, possa creare non canzoni omologate, ma piccole vite a sè.

Ci accompagna in un viaggio interiore, in una psicanalisi guidata da un mondo sonoro vintage e pellicole analogiche che fanno da cornice ad esperienze personali.

Un invito a imparare a guardarsi allo specchio, riconoscendo le proprie fragilità per riuscire a superarle, accettandosi per quello che si è.

Ecco la tracklist di “Storie di un appuntamento”: Peggio di un vampiro, Il momento giusto, Karma, L’ultimo bicchiere, De Niro, C’est Fantastique, Strip Club, Comodini.

Angelica: la nostra intervista

“Storie di un appuntamento” è il titolo di questo tuo nuovo album. Come sei arrivata a concretizzare questa idea? 

Questo album è nato in modo molto naturale, d’altronde non conosco altri modi. Ho scritto le canzoni mentre ero chiusa in casa, durante il lockdown: ho buttato giù un sacco di idee che ho voluto condividere con i miei straordinari musicisti e buttando giù i pezzi con loro.

Nel disco ho raccontato quello che stavo vivendo, cioè un momento di grande introspezione, di rientro in casa dopo la festa, rientro dentro di me.

I pezzi come fotografie di quel periodo, l’immagine dello specchio che ritorna ancora una volta nei pezzi: è stato un bel viaggio di introspezione w quando scrivi di te, l’inconscio esce molto velocemente e successivamente razionalizzi quello che stai scrivendo.

Quindi sei un’artista che scrive seguendo l’istinto, o preferisci mettere in ordine le idee prima di comporre? 

Scrivo di getto, magari mi viene in mente una frase particolarmente vera e da lì costruisco tutto il resto.

Si tratta anche di capire di cosa vogliono parlare le canzoni perché ce l’hanno già dentro l’argomento, quindi bisogna solo ascoltarlo e dire: “ok, tu sei il mio strumento per dire questa cosa!”.

Quali emozioni hai raccontato attraverso questi suoni ? E come hai scelto la musica e gli strumenti da abbinare a questi sentimenti?

In maniera molto libera! Questo disco è libero, non segue una moda o un filone e non c’è qualcosa che ci assomigli, per lo meno in Italia.

Il metro di valutazione dell’album è stata la libertà di fare qualcosa di creativo, a prescindere poi dai gusti, può piacere o meno, ma c’è la libertà e il coraggio di esserlo.

É più facile seguire le mode, invece ho scelto me stessa e ne sono contenta.

In “Storie di un appuntamento” ci sono tanti synth, diversamente dal lavoro precedente, ed è stata un po’ una liberazione perché non è uno strumento che io ho usato molto, ma ho scoperto che mi piace tanto, c’è tutto un mondo che non avevo esplorato finora.

C’è stato un approccio diverso, un’ evoluzione dei tuoi lavori precedenti.

Completamente! Oltretutto, io non so quanti dischi posso fare nella mia vita, non saranno infiniti, quindi penso che ad ogni nuovo album c’è l’opportunità di fare un viaggio e imparare: per questo motivo deve avere delle destinazioni, anche sonore, diverse, proprio come quando si viaggia.

“Storie di un appuntamento”  è stato realizzato con il sostegno di Mibac e di SIAE nell’ambito dell’iniziativa “Per Chi Crea”. Ce ne parli?

Sono venuta a conoscenza dell’iniziativa grazie al mio manager Francesco Italiano.

Inoltre,  è stata una cosa inaspettata, ma bella, dal momento che gli artisti che avevano vinto precedentemente il bando erano dei grandi nomi.

É un progetto a sostegno degli artisti italiani e l’arte è  il termometro per indicare lo stato di salute di un Paese.

Questa voglia di scoprire, di crescere musicalmente, vale anche per i tuoi ascolti? Come si sono evoluti dopo i The Beatles?

I The Beatles sono stati il mio anno zero, la nascita di Cristo, e da lì mi sono mossa avanti e indietro nella linea del tempo.

Prima, ero molto più rigida nei miei ascolti ed evitavo completamente le cose che non mi piacevano.

Invece, adesso è diverso anche perché con lo streaming è cambiato il modo di ascoltare la musica e di conseguenza l’approccio:  seguo molte più generi e mi affeziono a dei suoni particolari, ad effetti, ad artisti e dischi.

É un approfondimento in cui interiorizzo meno, senza rendermi conto c’è qualcosa che mi entra dentro, rimane e diventa una sorta di ispirazione.

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Hai iniziato a fare musica da giovanissima, da quando avevi 12 anni. Mi ha emozionato il racconto della chitarra e di come all’inizio leggevi gli accordi al contrario e pensavi di essere stonata. Ti ha poi aiutato un insegnate.

Esatto! Vengo da una realtà familiare dove non c’era la cultura della musica, non avevamo neanche la radio, e nessuno mi ha tramandato questa passione, e inoltre la Brianza non era proprio il bacino dell’ arte.

Quindi, mi sono un po’ arrangiata e non ho mai studiato seriamente perché non ho avuto la possibilità.

L’episodio a cui fai riferimento riguarda il periodo in avevo iniziato a suonare la chitarra guardando i libroni dove ci sono i puntini sulle corde ed erano fatti al contrario.

Facendo parte del coro gospel del mio Liceo, chiesi al maestro di darmi delle delucidazioni, però non ho studiato, ecco, sono piuttosto ignorante e più istintiva.

Quindi, c’è stata proprio una mancanza anche da parte delle scuole, della società, verso l’insegnamento dell’educazione musicale?

Sicuramente sì, ma ricordo che alle Medie avevo un’insegnante di musica fantastica, mi adorava perché mi piaceva tanto la musica e mi veniva anche bene, ero brillante, e lei mi ha dato tanti stimoli.

Quello che è certo è che le generazioni sono cambiate e oggi i ragazzi hanno tanti mezzi rispetto ai miei tempi dove si compravano i dischi e non esisteva Youtube.

Credi che sarebbe stato diverso il tuo approccio alla musica se avessi iniziato? 

Sarebbe stato più facile: per esempio la storia degli accordi al contrario non sarebbe mai successa perché bastava prendere un tutorial su Youtube, anziché stare settimane e mesi a cercare di capire cosa stavo facendo.

Ma la mancanza completa di stimoli musicali che ho vissuto probabilmente è stata ciò che mi ha fatto incaponire e se avessi avuto tanti sbocchi, tanti amici con cui condividere la musica, magari avrei liberato quel desiderio più velocemente e non sarebbe diventata la mia ragione di vita.

Quali sono state le trappole in cui hai rischiato di cadere in questo mondo della musica?

É un mondo difficile, complesso, anche per il fatto di essere donna.

Inoltre, sono una persona molto insicura, remissiva e mi sono fatta mettere i piedi in testa, fatta plagiare un sacco di volte fino a che non ho acquistato più sicurezza in me stessa e nelle cose che facevo.

O resti a terra oppure ti viene voglia di rialzarti, ed io mi sono sempre rialzata.

C’è stato qualcuno in particolare che ti ha aiutato a rialzare da questi momenti in cui il mondo della musica ti ha messo in ginocchio?

La mia psicologa che ringrazio: GRAZIE SARA!

Io sono grande sostenitrice dell’analisi, per me è tuttora un bel viaggio e non c’è niente di male nel farla!

I giovani sono poco tutelati nell’ambiente musicale? 

Non saprei, ma credo che ricercare delle motivazioni all’esterno è sempre una cosa molto comoda e i giovanissimi, oggi, hanno tanti strumenti in più per essere consapevoli e possono rendersi conto di dove si nascondano i pericoli.

Alla fine, comunque dobbiamo auto tutelarci, anche quando ci sentiamo al sicuro.

Autotutela e amor proprio ti salvano.

Parliamo adesso del tuo periodo alle Superiori. Come sono stati quei cinque anni in cui succede di tutto?

É stato orrendo! C’è chi dice che gli anni delle Superiori siano i migliori, ma per me non lo sono stati perché ero molto diversa dai miei compagni di scuola.

Ho sofferto molto perchè non riuscivo a comunicare veramente con queste persone, perciò ho ricercato l’amicizia  al di fuori della mia bolla, della mia scuola e l’ho trovata, per fortuna.

Non ero un’ emarginata, però mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua.

E che tipo di studente eri invece?

Ero po’ ribellina, ma avevo degli ottimi voti perché  sono sempre stata sveglia, o perlomeno furba, avevo una dialettica che mi permetteva di uscire bene dalle interrogazioni complesse.

Tra l’altro, sempre e solo agende Smemoranda: diventavano giganti, altissime, sembravano dei dizionari perché ci mettevo dentro un sacco di cose come fotografie, adesivi, ricordi.

Volevo creare una piccola opera d’arte, infatti era la cosa che pensava di più dopo il dizionario di greco e latino!

Curare il mio diario era  una fonte di liberazione artistica, creativa, magari, alla fine mi dimenticavo di scrivere le cose importanti come cosa studiare e quando avrei avuto l’interrogazione, ma dal  punto di vista artistico erano bellissime e molto invidiate dalla mia classe!

Quale frase di una tua canzone ti piacerebbe vedere sull’agenda Smemo?

“Sogno che nessuna donna per firma dietro un grande uomo, ma stiamo chi negli occhi per brindare con del vino buono alla tua salute un pochino anche alla mia però così lontani dall’idea che aveva la storia di noi