Artisti maledetti a Palazzo Reale

di Paola Lezzi

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Artisti maledetti a Palazzo Reale

Avevo proprio voglia di tornare a Parigi, ma non credevo che l’avrei fatto senza muovermi da Milano. E’ bastato salire le scale che davano al primo piano di Palazzo Reale, a due passi dal Duomo, per cominciare a respirare un’atmosfera bohemien e raffinata. Parigina, per dirla con una parola. Il costo del biglietto all’inizio mi è sembrato eccessivo, ma ora posso affermare con certezza che quegli undici euro (13 con la prevendita) sono stati assolutamente ben spesi. D’altronde le premesse c’erano tutte, la collezione completa del mercante d’arte Jonas Nasser portava per la prima volta in Italia la Parigi di Modigliani, Utrillo, Soutine, Valadon e Kisling, la schiera insomma dei cosiddetti pittori maledetti. L’impatto è di quelli forti, da pugno nello stomaco. Le tele sono crude, senza nessuna voglia di nascondere il disagio e i tormenti degli autori. L’audioguida ci accompagna in maniera essenziale, concedendosi solo i vezzi anedottici della voce di Corrado Augias, felice di far riaffiorare barlumi di vita privata e note di colore sui comportamenti di pittori e modelle. E Milano diventa Parigi, quella maledetta ed estrema, la metà di sbandati e geniali soggetti destinati a fare la storia della pittura. Ma anche la Parigi misera, di chi come Modigliani “il molesto” si picchia in strada con la compagna, del suo amico Utrillo cui la nonna dava il vino da piccolo per calmarne le crisi epilettiche e che da adulto beveva trielina pur di placare la sua sete esistenziale, o del puzzolente e talentuoso Soutine, cui Modigliani rimase affezionato finché il cervello resse gli eccessi continui cui veniva sottoposto. Si sente la città respirare nelle sale, tra le tele magnificamente disposte, in un percorso logico e ben pensato. Si riflette sull’inconscio con la fissità degli occhi vitrei e i colli lunghi e affusolati, sospesi nel tempo, si ammirano i cieli puri e luminosi di Utrillo, che illuminano le sue chiese prese di scorcio, a volte scoperte e a volte spiate, ci si inquieta con le raffigurazioni vibranti e tese di un Soutine capace di cogliere tutti i tratti della pazzia nella figura di donna che ci scruta senza astio. Finiamo con la melodia della Cantata per la Pentecoste n. 68, di J.S. Bach che fa sottofondo all’ultima, toccante opera di Modì, l’ebreo italiano che non amò Livorno e non sopravvisse alla sua Parigi, così come la compagna di sempre, Jeanne Hébuterne non sopravvisse alla sua morte prematura gettandosi, incinta di nove mesi, dal balcone di casa.
Ho vagato per un’ora e mezza nei vicoli angusti e affascinantidella Montmartre dei primi del ‘900 e mi è diaspiaciuto tornare…