Baby Boss 2 non bosseggia granché

di Redazione Smemoranda

Recensioni

Baby Boss 2, seguito di Baby Boss, che è uscito nel 2018 e ha avuto anche un notevole successo, tanto da produrre una serie animata e poi anche questo seguito. Il primo era molto inquietante, con una trama quasi horror. Davvero. Facciamo un piccolo riassunto.
Pensate di avere tipo otto anni, e che vi arrivi in casa un fratellino. Già questo sarebbe abbastanza per mettervi di cattivo umore. Ma il piccolo Tim, protagonista di Baby Boss, non si trovava a casa un fratellino qualsiasi, bensì un neonato in giacca e cravatta che era in realtà una spia artificialmente tenuta in stato infantile. Se non è molto chiaro o credibile, non preoccupatevi, avete ragione. La piccola spia del primo film aveva una missione: sventare il diabolico piano della Puppy Corporation, che intendeva mettere cagnolini e gattini al centro dell’amore umano, sostituendo i bambini. Anche tralasciando il fatto che questo avrebbe portato all’estinzione del genere umano, era comunque una delle storie più inquietanti che avessimo mai sentito. Però nel primo film poi tutta questa situazione spaventosa si risolveva, e Baby Boss trovava un equilibrio tra umorismo per i bambini e umorismo per meno-bambini. Adesso però sono passati tre anni, e pure 50 puntate del succitato cartone televisivo.

Baby Boss 2: più o meno come Baby Boss

In questo secondo capitolo di Baby Boss si fa in pratica il ragionamento inverso: non ci sono bambini che si comportano da adulti, ma adulti travestiti da bambini. Il risultato è esattamente lo stesso. All’inizio ritroviamo i protagonisti del primo film cresciuti, ma dopo la prima mezz’ora tornano bambini. Si tratta quindi sempre di un film con bambini che parlano e si comportano da adulti, pur conservando qualche difetto tipico dei bambini, tipo l’amore per il ciuccio.

Ora, la Dreamworks Animation è una delle superforze dell’animazione americana. E senza dubbio questo è un prodotto professionale, ben fatto. Però non offre davvero niente di più rispetto al film precedente (anzi, hai proprio l’impressione che alcune gag siano riciclate. Che va anche bene, tutti siamo per il risparmio energetico e per l’ecologia, però insomma).

Picchi di zucchero animati

Altri dubbi. Primo, molte battute hanno a che fare con la cosiddetta “cultura del business” delle grandi aziende, quella per cui si devono fare le presentazioni con le diapositive, dove i manager motivano i dipendenti, dove ci si spinge tutti quanti alla crescita, al lavoro di squadra. Ecco noi ormai abbiamo capito da un pezzo che la distanza che separa la cultura aziendale dall’amianto, come tossicità, non è molta. Quindi anche se ci aggiungi dei bambini piccoli, non fa molto ridere. Diventa solo molto inquietante. Secondo dubbio, più tecnico: questo film ha un ritmo veramente forsennato. Tipo, nei primi cinque minuti ci sono una serie di cambi di scena velocissimi in cui il protagonista immagina di essere un pilota di dragster, poi un pistolero western, poi il dottor Frankenstein, poi di trovarsi alla notte degli Oscar, e tutti questi cambi di scena sono gestiti con delle transizioni che prevedono: pioggia di bacon sullo schermo o biscotti giganti che appaiono e scompaiono in un secondo. Cioè praticamente il film butta addosso allo spettatore una quantità di stimoli visivi mostruosa, ogni secondo. E non so davvero a che età possa essere consigliabile avere questa specie di sovraccarico di colori, luci, un picco di zuccheri continuo. Come la musica techno sopra i 130 battiti al minuto, non è detto che piaccia a tutti.