Balabiótt

di Alessia Gemma

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Balabiótt

Decisi di non comprare vestiti e accessori per un anno. Io che però non vivo in un tribù aborigena, vivo a Milano, la città della Madonnina e della fashion week, dove per definire un guitto, un poco di buono, hanno la parola Balabiótt = balla biotto = danza nudo = in mutanne, direbbero a Roma. Sono il mio topo da laboratorio.

Questa strana storia iniziò il 25 luglio del 2013: non lo voglio più, mi dissi. Allora cominciai a rinunciare a molte cose, entrando in un turbinizo di fasi e stati d’animo, un trip bipolare che manco la fase premestruale ti riduce così.

Fase 1: adrenalina ed entusiasmo, misti ad accenni d’insensato snobismo, per un’idea unica che finalmente metteva fine a ‘sta noia della vita quotidiana. In pratica un principio di ossessività, ammettiamolo.

Fase 2: superficialità, noncuranza e ingenuità nell’affrontare una questione che francamente parrebbe ormai un disagio psicologico e sociale: “me sto a impazzì????” non m’è mai passato per la testa. Questa irresponsabile audacia m’ha permesso d’andare avanti, senza voltarmi a guardare quella vetrina.

Fase 3: l’estremismo, l’intolleranza e l’isteria la fanno da padroni: io sono una gran fica, di concetto e di spessore, perché rinuncio pure alla collezione fall-winter 2013/14 di H&M tutta a Euro 19,90, ormai pronta per il saio di San Francesco e la botte di Diogene di Sinope nei giorni di festa. Voi che comprate cose da indossare ve ne dovete andaretuttiaffanculo. Vi vestite tutti uguali, si vede che sono schifezze dozzinali, quelli che si vestono tutti diversi si vede che ci pensano troppo, tanto, sempre. Lasciatemi sola. Addio.

Fase 4: mi ravvedo e, lo devo confessare, in un momento di distrazione  e piacere mi lascio andare e compro un accessorio: la borsa da spesa in un souk marocchino. Ansia: questo mio gesto dissoluto potrebbe essere l’inizio della fine di questa mia rinuncia?

Fase 5: incredulità e soddisfazione: ce la sto facendo, come è possibile? Riuscirò a tornare indietro?

Fase 6: noia e dubbi. Se non vado a comprare i vestiti e a infognarmi nei negozi del corso, che faccio certi pomeriggi a Milano? Che senso ha vivere qui allora? Potrei forse coltivare l’hobby milanese dell’aperitivo? Impossibile, impone socialità forzata, l’esatto opposto del piacere estremo di quando andavo a comprarmi cose da sola.
Dubbi e noia: se non compro più stracci non potrò neanche andare nei mercatini, mio diletto e mia droga, e se non vado più nei mercatini non potrò più comprare quelle cose brutte e vecchie che mi facevano volare con la fantasia? E se David Bowie, Mick Jagger, Moira Orfei, Greta Garbo, Wanda Osiris, la Signorina Silvani, tutta la beat generation e Lady Gaga avessero fatto questo mio assurdo esperimento, sarebbero stati quello che furono in jeans e maglietta tutto l’anno? No. Non è la rinuncia al lusso, è la rinuncia alla creatività e fantasia che mi tormenta. Devo rimediare, entro nella fase 7.

Fase  7: mi faccio un po’ indulgente: vado ai mercatini, così, tanto per… e se poi là proprio proprio proprio mi sto sentendo male, posso raccattare uno straccio ogni tanto. Sarà il mio metadone, non posso negarmelo. Nei negozi NO: “cacca, cacca, butta via” sarà il mantra.

Fase 8: esaltazione: BUTTO TUTTO, voglio vedere quanto posso stare con quello che ho già. Divento azzardata, scommetto con me stessa: con tutta ‘sta roba che hai accumulato sopravvivi 5 anni, vestita di merda, certo, ma cinque anni li fai sicuro. Se metto in fila le scarpe faccio un viaggio lungo chilometri e chilometri. L’ottimismo mi offusca la mente, mi dopa, comincio addirittura ad avere una visione distorta del mondo: il mio bilocale sta diventando più grande, grandissimo, immenso. Se se.

Fase 9: Hey hey, ma io questa storia forse so già come va a finire… “Casa Ransome era stata svaligiata…” Alan Bennet, incipit di Nudi e Crudi… Insomma, me la devo raccontare, sempre, per non finire nei negozi!

CONTINUA…