Beppe Viola, lo sport senza banalità

di Michele R. Serra

Rivoluzionari - Storie di Smemo

Lo sport, si sa, è il luogo d’elezione della banalità. Il calcio poi, non ne parliamo. Intendiamoci: non sui campi, ma quando se ne parla. E non è colpa degli sportivi, che a domanda rispondono, ma di chi parla di sport. Chi parla di sport negli ultimi anni sembra stato contagiato da uno strano virus fatto di concetti sempre uguali, parole sempre uguali, ripetuti come liturgie in chiesa. Però nella storia del giornalismo sportivo c’è qualche fulgido esempio di eroe senza macchia che ha lottato tutta la vita contro l’ovvio. E quando si lotta contro l’ovvio si lotta contro il passato, si guarda verso il futuro: si è un pochino rivoluzionari. Come il signor Beppe Viola.

Beppe Viola è stato per anni la voce del calcio italiano, anni che corrispondevano ai Sessanta, Settanta, e un pezzettino di Ottanta. Purtroppo poco, perché è morto improvvisamente a causa di un ictus a soli 42 anni mentre stava montando un servizio sulla partita Inter-Napoli, lui che più che altro era milanista. Pensare a Beppe Viola significa pensare a un calcio che non c’è più, ma anche a un intero mondo. Perché dietro Beppe, intorno a Beppe c’era molto più che il pallone.

Beppe era un grande scrittore per caso prestatosi al giornalismo sportivo, un battutista folgorante, uno che scriveva canzoni e testi comici, soprattutto con i suoi amici Enzo Jannacci, Diego Abatantuono, Cochi e Renato: quelli che hanno creato una generazione di gente che fa ridere. Faceva ridere, Beppe Viola, quando raccontava della gente che incontrava a Milano. Raccontava di quello a cui aveva chiesto: «Lei è mai stato innamorato?», e quello aveva risposto: «No, ho sempre fatto il benzinaio.».

Scriveva anche sceneggiature per Mario Monicelli, quando aveva tempo, Beppe. E continuava a definirsi perdigiorno, anche se a quarant’anni era piuttosto famoso, era un padre di famiglia, aveva fatto più cose di quelle che uno normale farebbe in dieci vite. E lui se ne fregava. Solo una cosa non sopportava proprio: di annoiarsi. Per quello, quando fu costretto, per lavoro, ad assistere a un tremendo derby tra Inter e Milan, uno zero a zero fatto di niente, lui decise che i telespettatori della tv di stato italiana avrebbero visto, nel suo servizio, le immagini del derby dell’anno prima, che era stato molto meglio. Chissà se il fatto è che una volta certe cose si potevano fare, e adesso no, o se era proprio Beppe che era speciale.

Solo uno speciale poteva pensare di intevistare il più grande calciatore della sua epoca, Gianni Rivera, mentre andava insieme a lui sul tram, verso San Siro. Che è una cosa anche rischiosa, perché metti che la gente vuole una foto, un autografo con il campione, e tu l’intervista non la porti più a casa. Evidentemente, quelli speciali a volte sono anche fortunati.

La visione del futuro del giornalismo sportivo di Beppe Viola forse non è diventata realtà, dobbiamo ammetterlo. In compenso però basta leggere uno dei suoi libri: consiglio Vite Vere Compresa la mia, una raccolta dei racconti che pubblicava su Linus alla fine dei Settanta, una raccolta di facce, una raccolta di gente. Che sembra normale, e invece a saperla guardare, è geniale e divertente. Come Beppe Viola, del resto. Per conoscere lui invece c’è Mio padre è stato anche Beppe Viola, della sua figliola Marina, che è (anche) una scrittrice.