Bono Vox, 60 anni

di Michele R. Serra

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Gli U2 sono il gruppo più famoso della storia della musica irlandese e mondiale, 40 anni sempre con la stessa formazione, quattro amici che si sono incontrati a scuola e hanno iniziato a suonare insieme, per diventare poi semplicemente la definizione di rockstar. C’è solo un problema, con le rockstar e il tempo. E cioè che anche loro invecchiano, e questo ci sembra sempre impossibile. Perché la musica li tiene come sospesi nel tempo, e (al di là di quelli che purtroppo non hanno avuto la fortuna di invecchiare, ce ne sono tanti) ci sorprendono sempre, quando arriva la notizia: come, Bono ha 60 anni? Davvero? Possibile? Ebbene sì, Paul David Hewson è nato a Dublino il 10 maggio 1960, quindi nel 2020 ne fa proprio sessanta tondi. Meglio abituarsi all’idea e dire solo: auguri.

La storia della voce degli U2 ce la facciamo raccontare da Loris Cantarelli, autore del libro biografico che si intitola semplicemente Bono, e che arriva tra pochi giorni nelle librerie per l’editore milanese Hoepli. In tempo per essere aggiornato praticamente in tempo reale, il libro racconta Bono fino davvero a questi strani giorni del 2020, ma parte ovviamente da quella infanzia, da Dublino, da quella Cedarwood Road che è diventata anche una canzone, e da un ragazzo che subisce un trauma difficile da dimenticare.


Loris Cantarelli: Bono nasce nel 1960, quindi arriva con i favolosi anni Sessanta, che però in Irlanda non sono stati così favolosi. Come del resto la sua infanzia, che viene interrotta bruscamente dalla morte della madre. Bono ha 14 anni quando la vede accasciarsi proprio durante il funerale del nonno materno, morto la notte dopo aver festeggiato mezzo secolo di matrimonio. Quindi prima il nonno, poi la madre: nel giro di pochi giorni, nel mezzo di anni in cui i disordini e il terrorismo nordirlandese avevano coinvolto anche la capitale Dublino, la strada della futura rockstar potrebbe interrompersi, anzi finire malissimo. Bono si ritrova da solo con il padre e il fratello maggiore, tre uomini che – come racconta lui – si facevano lentamente del male a vicenda, non sapendo come gestire il senso di perdita. Per fortuna sua, dopo un paio d’anni di sbandamento riesce a rimettere in carreggiata la sua vita, grazie all’incontro con gli amici con cui formerà la band e con Alison Stewart, che ancora oggi è sua moglie. L’amore e la musica gli salvano la vita.

Smemoranda: Ma Bono è uno di quei leader che tengono in ombra gli altri? Se non ricordo male, c’è uno degli U2 che ha detto qualcosa tipo: “Senza di me, gli U2 non esistono. Senza Bono, vanno avanti”.

Era Larry Mullen che l’ha detto, un po’ scherzando un po’ no, perché è stato lui a mettere in moto tutto mettendo il famoso annuncio sulla bacheca della scuola, nel 1976, quello con cui cercava compagni per formare una band. Io sono abbastanza convinto che gli U2 siano una band orizzontale, in cui ogni elemento vale quanto l’altro, che sembra strano da dire vista la fama del suo frontman, che oltre a faccia da copertina è anche compositore e cantante, quindi è un vero leader su tre ambiti. Credo che la spiegazione della longevità di questa band – una delle pochissime ad avere quarant’anni di carriera a questi livelli con la stessa formazione – sia anche il fatto che nessuno pesta i piedi agli altri. A ognuno piace il suo ruolo e non cerca di travalicare quello che fanno gli altri. Certo, l’ego è importante, nel rock senza ego non si va da nessuna parte. Ma credo che l’ego collettivo della band sia più importante di quello dei singoli, in questo caso.

Com’era la vita di Bono, da ragazzo?

La sua vita è particolare anche dal punto di vista strettamente familiare. Bono è figlio di un padre cattolico e di una madre protestante, quindi potremmo dire che fin dal primo giorno ha la possibilità di capire sulla sua pelle come l’amore possa superare ogni tipo di divisione creata dall’uomo. Loro seguivano le funzioni protestanti con la madre, ma il padre li accompagnava. Poi andava a messa, e tornava a prendere la famiglia. Volendo essere un filo retorici, si potrebbe dire che vive il modo giusto in cui la religione può avvicinare le persone.

Spiritualità e successo

Ma la religione stava anche distruggendo gli U2, ai tempi della lavorazione di October, il secondo disco.

Si dice sempre: per fare il primo disco hai tutta la vita, per il secondo, quando va bene, qualche mese. October è un album la cui creazione si deve scontrare con il fatto che tre quarti della band, cioé Larry, Bono e The Edge, sono molto impegnati con un gruppo cristiano – arrivano quasi a vivere tutti insieme in una specie di comune – che però non vede di buon occhio la loro attività artistica, giudicata troppo “mondana”. La comunità, che si chiamava Shalom, arriva al punto di chiedere agli U2 di sospendere la carriera musicale, e loro prendono seriamente in considerazione la cosa. Fortunatamente il loro manager riesce a convincerli del fatto che devono onorare almeno gli impegni presi, per non lasciare per strada tutte le persone che stanno lavorando al disco e al tour, così alla fine i quattro decidono che October si può fare. E non tornano più indietro.

Qual è il momento in cui Bono e gli U2 diventano gli U2 che conosciamo?

Sicuramente la percezione delle loro possibilità come gruppo cambia quando, dopo Boy, per tutto il mese di settembre del 1980 suonano ogni lunedì al Marquee di Londra. Il locale è molto in voga, ma il lunedì non è certo la serata più frequentata. Però il passaparola funziona: la prima sera la sala è mezza vuota, la seconda è piena, la terza la coda gira intorno all’isolato… e la quarta, beh, praticamente non si passava per strada.
Poi si possono individuare altri momenti, primo tra tutti il Live Aid. Nel 1985, quando Bono è sceso tra il pubblico durante Bad per chiedere a una ragazza del pubblico di ballare con lui, perdendo tempo e “bruciando” il minutaggio televisivo che avrebbe dovuto essere dedicato a Pride, il singolo del momento dedicato a Martin Luther King. Gli altri membri della band si incazzano neri e minacciano addirittura di cacciarlo, poi però leggono quello che hanno scritto i giornali: l’esibizione degli U2 è considerata la migliore della serata insieme a quella dei Queen. L’istinto da performer di Bono aveva avuto la meglio, anche sulle classifiche di vendita, visto che dopo il Live Aid tutti gli album degli U2 ripresero quota.

Una carriera galattica, dai bagni alle stelle

Una delle cose più divertenti che ho letto nel tuo libro è che il primo contratto gli U2 l’hanno filmato, bè… al cesso.

Lo firmarono al Lyceum Theatre di Londra, ma non esattamente nella sala d’onore. Decisero di andare a firmarlo nei bagni delle donne. Paul McGuinness, il loro storico manager, dice che avevano bisogno di un posto abbastanza illuminato per vedere bene le clausole scritte in piccolo. E poi, insomma, pare che il bagno delle donne fosse meglio di quello degli uomini…

Bono ha attraversato quarant’anni di musica pop mondiale sempre con gli stessi compagni di viaggio, la stessa ragazza di cui si è innamorato ai tempi della scuola, e un altro punto fermo fondamentale: l’impegno sociale, che gli ha portato tanti applausi, e anche qualche critica. Il catalogo delle iniziative benefiche della multinazionale Bono Vox è a dir poco impressionante.

In realtà Bono e gli U2 avevano sempre partecipato a concerti benefici, anche se quando lo facevano in Irlanda si notava meno perché erano ancora ai margini del sistema della comunicazione. La loro responsabilità sociale c’è sempre stata, insomma, poi è chiaro che il Live Aid è stato il grande trampolino… e Bono stesso dopo quel concerto è andato personalmente in Africa a verificare che i soldi raccolti fossero andati a buon fine. Io ho cercato di rimettere in fila poi tutti i progetti, tutte le campagne di Bono dal 2000 in poi, cioè da quella per cancellare il debito dei paesi africani in poi. Quello che torna sempre è una sua frase: “non è questione di carità, è questione di giustizia.” Io credo che siano campagne figlie di un reale coinvolgimento personale, che per lui poggia ovviamente sulla Bibbia. Per lui non c’è distinzione tra musica, impegno e spiritualità. Io stesso mi sono sorpreso in più di un’occasione di quanto questi tre livelli riescano a parlarsi.