Recensioni
Boyhood

Sono stata recentemente accusata di spoilering: ok, esistono insulti peggiori, ma ora mi faccio qualche problema a raccontare la trama di un libro o di un film, perché rischio di svelarne la fine e rovinare la sorpresa.

Nel caso di Boyhood, però, il pericolo credo di scamparlo perché – in questo esperimento cinematografico senza precedenti – succede tutto e non succede un bel niente. Vengono raccontati in tre ore dodici anni di vita (dagli 8 ai 20) del protagonista, della sua famiglia e del mondo in cui vive. E niente è più incredibile che assistere ai cambiamenti naturali (senza trucchi o effetti speciali) ripresi dalla cinepresa.

Funziona così: il regista Richard Linklater, annuncia – all’inizio degli anni Zero – di volersi cimentare in un progetto quantomai ardito, cioè documentare dodici anni reali di un personaggio attraverso una storia inventata, radunando la troupe una volta all’anno. Lo ha fatto, ci è riuscito, e il risultato è un film esistenzialista che non annoia neanche per un minuto e che porta a riflettere sulla vita e le sue stagioni senza un grammo di retorica, né di pesantezza.

Mason, il protagonista bambino-ragazzo, ha una vita familiare incasinata: i genitori sono divorziati, lui e la sorellina Samanta vivono con la madre e vedono il padre – spiantato e irrequieto, ma amorevole con loro – quando si può. Dopo il divorzio la madre, con grande determinazione – riesce a concludere gli studi e a guadagnarsi una posizione sociale più che dignitosa, ma ha la qualità tutta speciale di scegliersi sempre gli uomini sbagliati… pur non perdendosi mai d’animo e tirando su a testa alta i suoi figli. La vita movimentata della madre obbliga i due fratelli a traslocare spesso, anche più di quanto già una famiglia americana non faccia, con il conseguente scompiglio sulle loro vite: cambiare città vuol dire anche cambiare scuola, amicizie e abitudini ogni volta. Così Mason e i suoi si adattano, si tengono strette le poche certezze che hanno, vivono la vita talvolta subendola, altre riempiendola di sogni futuri e aspettative. A fare da sfondo, l’America: dall’era Bush e post 11 settembre, con un fidanzato della madre che è reduce dell’Iraq, ai primi, timidi passi della propaganda a favore di Obama, in una terra – il Texas – in cui vigono la giustizia fai da te e il culto delle armi, ai graduali e potentissimi cambiamenti tecnologici, e quindi della società… Alla fine del film tutti, com’è ovvio, hanno uno smartphone in mano, così come, a metà film, tutti sono alle prese con i videogame del momento. E non mancano i grandi fenomeni culturali generazionali di quegli anni, da Harry Potter a Twilight.

Forse la storia finisce qui, e cioè quando la cinepresa accompagna Mason all’università, fuori di casa, ventenne, dinoccolato appassionato di fotografia alla scoperta della vita da studente fuori dalla provincia. Ma, allora, cosa rende così eccezionale e sorprendente questo film? Io credo i piccoli, grandi cambiamenti del personaggio, ripresi anni dopo anno: nel suo viso, nel suo taglio di capelli, nel suo modo di camminare e di vestire. Nei suoi gusti in fatto di musica e libri. Nelle sue amicizie. Nel suo modo di parlare e di approcciarsi (o non approcciarsi,  come nel suo caso) con le ragazze. E non sappiamo fino in fondo (come non lo sappiamo mai, fino in fondo) se la persona che diventa è influenzata dalle cose che gli sono capitate o meno, o solo in parte.

Un’altra impressione forte e chiara che, uscendo dalla sala, ti rimane addosso, è che la vita fa il suo corso, nonostante gli imprevisti, i casini dei grandi – se sei piccolo – e nonostante tu debba badare ai piccoli – se sei grande. Quando Mason già grande sta per andare all’università, chiede al padre: “Qual è il punto?”. Cioè, qual è il punto di chi si lascia (come i suoi genitori), di chi si rifà una famiglia (come suo padre), di chi viene mollato per un tipo più sportivo (come Mason in quel momento), di sognare, lanciarsi nel mondo, coltivare illusioni? Il padre gli risponde, con la giusta dose di fatalismo e saggezza: “Non ne ho la più pallida idea. Andiamo tutti a naso”. Che è, credo, più o meno il senso di tutto il film.

Sperando di non avere rovinato il finale.